• La fuga – una composizione polifonica

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    La fuga – una composizione polifonica

         Composizione polifonica, per voci o strumenti, basata sull’imitazione, e precisamente sul rincorrersi di due temi fondamentali (uno principale, detto soggetto, e uno di accompagnamento, detto controsoggetto) che passano di voce in voce a distanze prestabilite e secondo determinate regole tonali. Ogni ciclo di entrate è diviso dall’altro da un piccolo sviluppo tematico (che varia di volta in volta) detto divertimento. Termina con lo stretto (o gli stretti) in cui le distanze che separano le entrate delle voci nell’esecuzione dei suddetti temi circolanti, vengono sempre più ravvicinate, modificando talvolta anche la figurazione dei temi stessi (soggetto e controsoggetto) per aggravamento o per diminuzione. 

    Struttura

        La fuga è convenzionalmente divisa secondo tre sezioni:

    • esposizione,
    • sezione centrale – sviluppo,
    • sezione finale – coda.

         L’esposizione è la prima parte della fuga, nella quale il soggetto viene presentato una o più volte in ciascuna parte (o voce) e, di seguito, il controsoggetto.

         All’esposizione tien dietro la sezione centrale, nella quale spesso si introduce un divertimento (libere elaborazioni dei temi dell’esposizione) o riesposizioni (riprese del soggetto solitamente accompagnato dal controsoggetto). La sezione centrale in generale è arricchita dall’impiego di varie modulazioni, quali ad esempio alla tonalità relativa, alla sottodominante, o alla dominante. In questa sezione è abbastanza comune far tacere a lungo una o più voci. Questi silenzi servono a far risaltare maggiormente la nuova entrata del soggetto.

         Si considera spesso il momento in cui il soggetto ricompare in tonica (sulla tonalità base) come l’inizio della sezione finale, quella che porta al culmine l’intera fuga.

    • Il coronamento finale della fuga ( di qualunque altra composizione musicale) avviene di solito aggiungendo alla struttura principale, qualche battuta in più con lo scopo di concludere l’intero pezzo in modo più convincente; tale è la funzione della coda. Comunemente nella coda possiamo avere: 
    • il pedale (la nota pedale) è una lunga nota tenuta dalla voce più grave, su cui si riascolta per l’ultima volta il soggetto, accompagnato dal contrasoggetto o da parti libere. La nota pedale si trova generalmente proprio alla fine di una fuga con funzione di sezione cadenzante;
    • gli stretti sono una serie di ripetizioni ravvicinate del soggetto eseguite dalle varie voci. Lo stretto si ha quando l’entrata della risposta avviene prima che il soggetto ancora non è stato esposto completamente. La tensione può essere aumentata facendo entrare, ad esempio in una fuga a quattro voci in stretto. Lo stretto con il suo afflusso di voci, è spesso usato per raggiungere il culmine dell’intensità espressiva.

    La coda può presentare anche strutture diverse.

        La fuga è la forma polifonica la più rigorosa, complessa e impegnativa. Le regole per comporre una fuga sono molte, rigide e precise. La fuga è forse il frutto tecnicamente e artisticamente più completo ( vale sopratutto per J.S.Bach) di tutto il concetto contrappuntistico. Sarebbe vano cercare di comprendere in un unico modello tutte le fughe mai scritte. Ognuna di esse varierà in questo o quel particolare dalla struttura che stata presentata.

    Esempio di una Fuga:

    Fuga in Do minore dal primo volume del Clavicembalo ben temperato di J.S.Bach

        Nell’esposizione le voci (che in questo caso sono tre, ma possono essere più molteplici) espongono il tema principale del brano – soggetto– esso dura due battute:

         Dopo che la prima voce ha esposto soggetto, questo passa alla seconda voce, poco modificato. La prima voce continua eseguendo il controsoggetto, una specie di secondo tema – accompagnamento:

          In seguito un breve episodio di transizione, rintracciamo il soggetto nella sua terza e ultima entrata, eseguito dalla terza voce. La seconda voce, che ha appena eseguito il soggetto, svolge ora il controsoggetto. La prima invece, che ha appena eseguito il controsoggetto, svolge una parte libera.

         A questo punto, quando tutte le voci hanno esposto il soggetto, si conclude la prima parte della fuga e inizia la seconda – sezione centralesviluppo. In questa parte abbiamo un scambiarsi di divertimenti e riesposizioni.

    Ecco un esempio di divertimento: le due voci superiori ripetono scambiandosi l’inizio del soggetto, mentre la voce inferiore esegue una parte libera che richiama l’inizio del controsoggetto:

    Ecco un esempio di riesposizione: la voce superiore esegue interamente il soggetto in una nuova tonalità. La voce più grave svolge il controsoggetto. La voce intermedia esegue una parte libera.

     Al termine della sezione centrale si trova la coda, che può avere varie strutture. Nella coda della fuga che abbiamo analizzato, il soggetto è accompagnato da una parte libera. 

    Secondo esempio di una Fuga:

    Fuga in Mi maggiore dal secondo volume del Clavicembalo ben temperato di J.S.Bach: 

    Una interpretazione della Fuga in Do minore di J.S.Bach

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  • Appunti di Armonia 2

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    La scala

     

     

        La scala è una successione di suoni che procedono per grado congiunto i quali si trovano in determinati rapporti di distanza con un suono base che è il punto di partenza e che viene denominato tonica. Quindi la scala è una successione ordinata di suoni (detti anche gradi) nell’ambito di un’ottava, disposti in ordine di toni e semitoni. I gradi sono indicati con un numero romano progressivo da I a VII.

    fig.1(a)


     

     

    La scala può essere di due tipi: diatonica e cromatica.

     

      Nel sistema musicale la scala basilare è la scala diatonica, formata di toni e semitoni all’interno di un intervallo di ottava.

      La scala diatonica può essere di due specie (modi): maggiore e minore e può svolgersi sia in senso ascendente che discendente:

    fig.1(b)

     

    La scala cromatica è costituita dalla successione di tutti i 12 semitoni contenuti nell’ottava.

    fig.1(c)

     

     

    La scala “modo maggiore”

     

      La scala di “modo maggiore” è costituita da 5 toni e 2 semitoni disposti come in fig.1(a) fig.1(d).

    fig.1(d)

     

    .

     

       Analizzando la distanza tra i vari suoni, cioè degli intervalli che intercorrono tra loro, come in fig.1(a),  possiamo ricavarci questa formula: ( T-T-ST-T-T-T-ST), che ci consente di costruirci le scale maggiori. Se applico questa formula  a partire da una qualsiasi altra nota  otterrò la relativa scala maggiore. 

    Facciamo un esempio partendo dalla nota RE  ricavandoci la relativa scala maggiore fig.2.

    fig.2

     

     

     

    IL I grado è appunto il RE.

    IL  II grado dovrà trovarsi a distanza di un tono dal primo grado.Il tono è formato da due semitoni,quindi  contando due semitoni a partire dal RE, avrò RE#, MI, quindi il secondo grado della scala sarà il MI.

    Andiamo a ricavarci il III grado che disterà ancora di un tono dal grado precedente, quindi contando due semitoni partendo dal MI, ( FA e FA#) otterrò il FA#.

    IL IV grado si troverà ad un semitono di distanza dal III, seguendo la formuletta, quindi eravamo arrivati al FA#, conto un semitono ed avrò il SOL.

    IL V grado sarà ad un tono dal precedente, quindi (SOL#, LA) ed il LA è il quinto grado della scala.

    IL VI grado sarà ancora ad un tono dal precedentequindi (LA#, SI), avremo il SI.

    IL VII grado ad un tono dal precedente, (partendo dal SI avremo DO, DO#) quindi il DO# sarà il settimo grado.

    Infine l’VIII grado dovrà essere ad un semitono dal VII, quindi dal DO#, contando un semitono avrò il RE.

    Sarà molto utile costruire  le altre scale scrivendole sul pentagramma.

     

     

    Gradi delle scale e loro denominazione

     

     

    Come detto sopra i suoni che compongono la scala si chiamano gradi e vengono altresì chiamati:

     

    Il I grado : Tonica, è la nota base della scala  ed è il grado che esercita più di tutti attrazione sugli altri i quali hanno una tendenza di moto verso di esso.

    IL II grado : Sopratonica.

    IL III grado : Modale Mediante. Modale perché da esso dipende l’individuazione del modo maggiore o minore.Mediante perché è il suono intermedio della triade che si costituisce sul I grado.

    IL IV grado : Sottodominante.

    IL V grado : Dominante, per il suo frequente impiego nelle melodie e per la sua posizione centrale, dalla quale può dominare gli altri gradi.

    IL VI grado : Sopradominante.

    IL VII grado : Sensibile, per la sua tendenza a risolvere sulla tonica. Quando questo grado non dista un semitono dalla tonica ( come nella scala minore naturale), prende il nome di sottotonica.

     

     

    La scala di “modo minore”.

     

     

    Caratteristica della scala minore è la prima 3ª che è sempre minore, mentre gli altri due intervalli , 6ª e 7ª, variano a seconda del tipo di scala minore che viene considerato.

    La scala minore può essere di diversi tipi:

     

    Scala minore naturale.

     

    La scala minore naturale ha la 3ª, la 6ª e la 7ª sempre minori, sia in senso ascendente che discendente. Questa scala non presenta la sensibile. La successione di toni e semitoni è: T-ST-T-T-ST-T-T

     

     

     

    Scala minore melodica.

     

    La scala minore melodica ha la 3ª sempre minore, sia in senso ascendente che discendente, la 6ª e la 7ª, invece, sono maggiori nel salire e minori nello scendere. Questa caratteristica nasce dall’esigenza di superare gli inconvenienti della scala minore naturale  (mancanza di sensibile e quindi del carattere conclusivo della successione 7º e 8º grado) e della scala armonica ( poca metodicità dell’intervallo di 2ª eccedente esistente tra il 6º e 7º grado). A tale inconveniente si è ovviato innalzando di un semitono sia il 6º che il 7º grado nella successione ascendente, in quella discendente tali gradi vengono restituiti all’impianto tonale. La successione di toni e semitoni è in senso ascendente: T-ST-T-T-T-T-ST in senso discendente: T-T-ST-T-T-ST-T

     

     

     

    Scala minore armonica.

     

    La scala minore armonica ha la 3ª minore, la 6ª minore e la  7ª maggiore tanto nel salire quanto nello scendere.

    La scala minore armonica presenta quindi tra il 6º ed il 7º grado una distanza di un tono e mezzo. Tale intervallo equivalente ad una 2ª eccedente è poco melodico e costituisce la caratteristica di questa scala. La successione di toni e semitoni è: T-ST-T-T-ST-T½ -ST

     

     

     

    Ulteriori informazioni consulta: Appunti di Armonia 1

     

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  • Giri Armonici

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          Giri Armonici

                             

    Hai mai sentito parlare di giri armonici ?  Sicuramente sì. In ogni caso anche se non sai cosa sono, non spaventarti: sono più semplici di quanto puoi immaginare. Si tratta infatti di avere un circolo di accordi  ,una successione di accordi che si ripete nel tempo. Se per esempio prendo gli accordi di Do  maggiore e Re minore, e decido di ripetere questa sequenza di accordi  più volte nel tempo, si verrà a creare un giro armonico.

        Il giro armonico è quindi una successione di accordi che si ripetono nello stesso ordine per tutta la durata del brano all’interno di una specifica tonalità.

    Il giro armonico prende spesso il nome dal primo degli accordi sul quale è costruito: per esempio, il giro di DO è costruito sugli accordi di DO maggiore, LA minore, FA maggiore e SOL maggiore, mentre il giro di RE è costruito sugli accordi di Re maggiore, SI minore, SOL maggiore e LA maggiore.

    Tale successione si ottiene seguendo determinate regole teoriche. Oltre ad avere una finalità didattica, il giro armonico viene spesso impiegato come base per l’improvvisazione e  costituisce la struttura armonica di base di tanti brani, in particolare nella musica leggera.
    Il giro armonico si ottiene, all’interno di una determinata tonalità, prendendo quattro accordi costruiti su altrettanti gradi della scala maggiore. A tal proposito consideriamo l‘armonizzazione della scala maggiore di seguito riportata:

    Il giro armonico prevede l’utilizzo dei quattro accordi che si trovano sul 1°, 2°, 5° e 6° grado della scala maggiore. Tali accordi, però, si suona nella seguente successione: I -VI -II -V, o nella variante: I -VI -IV -V. Quindi nel caso della tonalità di DO maggiore: DO, LA min, RE min, SOL; oppure DO, LA min, FA, SOL ( in Italia viene comunemente  definito “giro di DO” o anche “giro del barbiere” con riferimento a il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini).

                                                                                                 Giro di Do

    Una caratteristica dei giri armonici  è  che l’accordo del 5° grado si suona come settima.

    Di seguito la tabella con tutti i giri armonici in tutte le tonalità:

    Tuttavia i giri armonici principali sono già stati costruiti da altri prima di noi ed è bene conoscerli perché si trovano ovunque (ma soprattutto nella musica leggera e pop).




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  • Canone nella musica

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    Canone nella musica

          La più rigorosa delle forme contrappuntistiche. L’esempio più semplice di canone, comprensibile per chiunque, è la famosa canzone Fra’Martino, che si canta a più voci ognuna delle quali esegue la medesima linea musicale, ma sfasata rispetto alle altre. Le voci si inseguono quindi tra loro. È la forma “conveniente ”per eccellenza, dato che da una singola linea se ne possono eseguire altre senza doverle scrivere (molti dei celebri canoni di Bach sono scritti su un solo pentagramma).

     

          Il canone può essere classificato in base

    • al numero delle voci,
    • all’intervallo al quale ciascuna imitazione successiva è trasposta rispetto all’antecedente,
    • al fatto che le voci siano inverse, retrograde o inverse e retrograde insieme;
    • la distanza temporale tra ciascuna voce e
    • il fatto che gli intervalli della seconda voce coincidano con quelli della prima o vengano modificati per obbedire alle esigenze della scala diatonica;
    • infine l’eventuale differenza nel valore delle note tra l’antecedente e le sue imitazioni successive. Nella pratica dell’arte musicale i compositori hanno spesso impiegato anche più di uno dei metodi suddetti simultaneamente.

    Tipi di canone 

    •  Un canone dove la melodia è seguita da una voce di contrappunto è detto a due voci. Se le voci complessive sono n, canone viene similmente chiamato canone a n voci. Tale terminologia può essere utilizzata in combinazione con una relativa ad altre caratteristiche del canone.
    • In un canone ad intervallo la voce conseguente imita la voce guida (antecedente). Un intervallo preciso, diverso dall’ottava o unisono (esempio: canone alla seconda, quinta, settima, etc.). Se la conseguente imita l’antecedente secondo il preciso intervallo assegnato, si parla di canone esatto; se l’imitazione segue l’intervallo (ad es: terza) ma non la qualità (maggiore/minore), si parla di canone diatonico.
    • Un canone inverso (detto anche canone per moto contrario) fa muovere la voce conseguente in moto contrario rispetto alla voce antecedente. Ad esempio, se quest’ultima sale di una quinta, la conseguente scende di quinta, e viceversa. Una sottovariante del canone inverso, “a specchio”, mantiene esattamente gli intervalli: una sesta maggiore resterà una sesta maggiore, e non potrà diventare minore. 
    • In un canone retrogrado, noto anche come cancrizzante, la voce conseguente inizia dall’ultima nota della voce antecedente. Poi prosegue all’indietro, terminando con la voce iniziale (do, mi, sol-sol, mi, do).
    • Il tipo più familiare di canone è probabilmente quello perpetuo/infinito, detto anche canone circolare. Esso, quando ogni voce del canone arriva al termine, può ricominciare dall’inizio, in una specie di moto perpetuo. Un esempio di canone perpetuo nella musica popolare è dato da  Fra’ Martino.

          Esistono anche altri tipi di canone come quello a spirale, il canone accompagnato e il canone doppio o triplo.

                                                                        Canone cancrizzante o retrogrado

                                                                                    Canone di J. S. Bach

    Canone di Pachelbel

          Si tratta di una composizione musicale in forma di canone per tre violini e basso continuo attribuita al musicista tedesco Johann Pachelbel. Essa è arrivata  fino a noi attraverso un manoscritto del XIX secolo, nel quale è seguito da una giga in 12/8, sempre per il stesso  organico. La datazione suggerita da alcuni studiosi (tra il 1680 e il 1706) è una mera congettura basata sullo stile musicale.

         L’arrangiamento orchestrale registrato nel 1968 dalla celebre orchestra da camera Jean-François Paillard ebbe uno straordinario successo popolare. Nei decenni successivi, il brano fu registrato da molti altri gruppi, eseguito in concerti ed utilizzato come colonna sonora. La progressione di basso su cui si basa la serie di variazioni che costituisce il brano è stata utilizzata ampiamente nell’ambito della canzone pop.

    Struttura :

                                                               La sezione del basso ostinato del Canone di Pachelbel

          Questa linea di basso viene ripetuta in tutto ventotto volte. Gli accordi di tale sequenza sono: Re maggiore (tonica), La maggiore (dominante), Si minore (tonica parallela), Fa Diesis minore (dominante parallela), Sol maggiore (sottodominante), Re maggiore (tonica), Sol maggiore (sottodominante), La maggiore (dominante)

                                                                        Struttura di apertura del Canone di Pachelbel

          Qui sopra sono riportate le prime nove misure del Canone. I violini eseguono il canone a tre voci sopra la linea del basso che provvede a garantire la struttura armonica. I colori evidenziano le variazioni individuali e il tempo di entrata degli strumenti.

          Il Canone di Pachelbel rappresenta uno dei modelli  più importanti di crossover in campo musicale ( crossover è un termine usato per descrivere materiale preso in prestito da più generi differenti, e la cui popolarità supera i confini convenzionali della musica e dei suoi stili ).

          A partire dagli anni settanta il Canone di Pachelbel è  passato dall’essere un’opera poco conosciuta della musica barocca al diventare un fattore  culturale globalmente  noto. Il Canone è stato infatti oggetto di numerosi riedizioni e adattamenti in chiave pop o rock: alcuni si rifacevano nell’orchestrazione e nel rispetto della partitura, al modello originale, altri invece hanno avuto il carattere tuttavia  di vera e propria sperimentazione musicale, con l’uso di strumenti autenticamente  usati per altri generi musicali, come ad esempio la chitarra elettrica.I

         Il video del Canone in Re Maggiore eseguito con strumenti originali dall’Ensemble di Musica Antica di San Francisco Voices of Music con Katherine Kyme, Carla Moore & Cynthia Freivogel, al violino barocco; Tanya Tomkins, violoncello barocco, Hanneke van Proosdij, organo barocco e David Tayler, tromba.

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  • Il Suono

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     Il Suono

        In principio, ė lecito supporre , era il silenzio. Era silenzio perché non c’era moto alcuno e di conseguenza nessuna vibrazione poteva mettere l’ aria in movimento, fenomeno questo di importanza fondamentale per la produzione del suono. La creazione del mondo, in qualunque modo sia avvenuta, deve essere stata accompagnata dal moto e pertanto dal suono. Forse è questa la ragione per cui la musica, presso i popoli primitivi, ha tale magica importanza da essere spesso connessa a significati di vita e di morte. Proprio la sua storia insegna che la musica ha serbato il suo significato trascendentale.

         Il suono ( dal latino sonus = sensazione percepita dall’udito) é un fenomeno acustico prodotto dalle vibrazioni periodiche dei corpi elastici. Per es. la vibrazione dina corda, la pelle di un tamburo. Se la vibrazione é regolare, il suono che ne risulta è musicale e costituisce una nota di altezza determinata; se é irregolare, il risultato è il rumore.

         Ogni suono ha tre proprietà caratteristiche. Prendiamo un esempio tratto dalla vita di ogni giorno. Passeggiando per la strada, noi ascoltiamo più suoni contemporaneamente; automobili ?, motociclette ?, aereoplani, apparecchi radio, persone che camminano e chiacchierano producono simultaneamente suoni che possono essere gradatamente più alti e più bassi, più forti e più tenui. Col nostro orecchio facciamo un automatica distinzione tra la voce acuta di un bimbo ? e quella grave di un uomo, fra il rombo di un aereo e il ronzio del traffico, e riconosciamo se la melodia che ci giunge da una radio é suonata da una tromba o da un violino. Così noi incosciamente selezioniamo le tre qualità del suono: altezza , intensità e timbro. 

    Altezza

        L’altezza è la qualità per la quale un suono è più o meno acuto di un altro e dipende dal numero di vibrazioni (frequenza) che il corpo sonoro che lo produce compie in un minuto secondo; si dice che é più acuto il suono che è dato da un numero maggiore di vibrazioni, meno acuto quello che é dato da un numero minore.

    Intensitá

        Abbiamo visto quindi che l’altezza di una nota dipende totalmente dalla frequenza della sua vibrazione. L’intensità di una nota dipende dall’ampiezza della vibrazione. L’ intensità è la qualità per cui un suono è più o meno forte di un altro avente o non la medesima altezza. Lo stesso suono, per es. nel pianoforte, avrà un intensità diversa a seconda che verrà prodotto colpendo il tasto con leggerezza oppure battendolo con forza, pur restando uguale, in entrambi i casi , il numero delle vibrazioni. L’ intensità dipende quindi dall’ampiezza delle vibrazioni ed é indipendente dal numero delle vibrazioni stesse.

    Timbro

       Il timbro definisce la differenza di colore musicale tra una nota suonata su strumenti differenti o cantata da voci diverse. In tal modo il “colore” di una nota ci permette di distinguere tra vari strumenti che suonano la stessa melodia. Perché? La risposta ci conduce ad uno dei più affascinanti fenomeni dell’acustica, gli armonici. La frequenza caratteristica di una nota è solo quella della fondamentale di una serie di altre note che sono simultaneamente presenti sulla nota base. Queste note sono chiamate armonici ( o suoni parziali o ipertoni) . La ragione per cui gli armonici non sono distintamente udibili, è che la loro intensità è minore di quella della nota fondamentale. Ma essi sono importanti perché determinano il timbro di una nota, è al tempo stesso danno chiarezza e smalto al suono. Ciò che ci permette di fare distinzione fra il timbro, ad esempio, di un oboe e di un corno é la diversa intensità dei vari armonici presenti sulle note reali che essi producono.

     

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  • Appunti di armonia 1

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    Appunti di teoria ed armonia musicale

        L’armonia è la scienza e l’arte che studia la genesi e la concatenazione degli accordi. La musica è un arte che deriva dalla successione ritmica dei suoni, melodia e della loro combinazione simultanea, armonia.

    Sia che questi suoni giungano al nostro orecchio successivamente oppure simultaneamente. Vengono a trovarsi tra loro in determinati rapporti, i quali, mentre suscitano nel nostro animo determinate sensazioni che formano oggetto dell’arte. Sono a loro volta oggetto della scienza che ne studia le leggi.
    Ecco dunque perché l’armonia non è solo una scienza ma anche un’arte nello stesso tempo. Essa si occupa di individuare negli accordi gli elementi di cui sono formati. La genesi di questi elementi e di stabilire ed esporre le leggi che regolano i rapporti di affinità fra un accordo e l’altro.

    Elementi costituivi della musica

    Gli elementi costitutivi della musica pertanto sono la melodia, il ritmo, l’armonia

    Per melodia si intende la successione di più suoni di differente altezza e durata.

    Il ritmo è determinato dal rapporto di tempo intercorrente tra i vari suoni percepiti successivamente dal nostro orecchio. Tutto in natura è ritmo: dalla circolazione del sangue al movimento degli astri, dalla respirazione all’alternanza del giorno e della notte e alla periodicità delle stagioni.

    Melodia e armonia hanno un origine comune, le stesse tendenze e la stessa importanza.
    Unendo simultaneamente i suoni di cui è formata una melodia si possono formare successioni armoniche. Reciprocamente dalla disposizione e simmetrica dei suoni che compongono gli accordi si può ricavare una melodia.

    Armonia: diatonica, cromatica, enarmonica

    L’armonia viene ripartita in tre generi: diatonica, cromatica, enarmonica.

    L’armonia diatonica si basa sui modi maggiore e minore e studia gli accordi consonanti e tutti quelli dissonanti di 3, 4, 5, 6, 7 suoni.

    L’armonia cromatica si occupa delle alterazioni di uno o più suoni negli accordi diatonici. L’armonia cromatica è molto adoperata nella musica moderna ed è fonte di grandi effetti coloristici e contrasti che arricchiscono l’armonizzazione ravvivando la composizione.

    Larmonia enamornica è quella parte dell’armonia che si occupa del vario aspetto sotto il quale può essere considerato uno stesso suono o uno stesso accordo – in altri termini è la sostituzione di un accordo mediante un altro omofono ma non omologo; cioè avente gli stessi suoni ma non lo stesso nome. Tale sostituzione cambiando l’essenza dell’accordo produce risoluzioni impreviste che portano in tonalità lontane da quelle di partenza.

    Ulteriori informazioni consulta: Enarmonia

       Intervalli e scale — generalità

       Intervallo, in senso musicale, è il rapporto dei numeri delle vibrazioni di due suoni di differente altezza-in parole più semplici è la distanza che passa fra due suoni. Nel nostro sistema temperato l’ottava giusta è divisa in 12 parti uguali denominate semitoni. Ciascuna delle quali rappresenta l’intervallo più piccolo che passa fra un suono e l’altro e serve come unità di misura per calcolare le distanze. Il semitono può essere di due specie: cromatico e diatonico.

    Semitono cromatico e diatonico

    Semitono cromatico è quello che passa tra due suoni aventi lo stesso nome:

    Semitono diatonico è quello che passa fra due suoni aventi nomi differente:

    L’unione di due semitoni di diversa specie (uno cromatico e l’altro diatonico o viceversa) forma il tono.

    Gli intervalli possono essere di due specie:

    1.   intervallo melodico: i due suoni vengono emessi in successione
    2.   intervallo armonico :i due suoni vengono emessi contemporaneamente.

    Ulteriori informazioni consulta: Appunti di Armonia 2

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