• Intervallo in senso musicale

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    Descrizione di intervallo

     

       Con il termine intervallo si indica la distanza tra due gradi della scala. Tra un suono e l’altro della scala c’è una certa distanza di intonazione chiamata intervallo.

       L’intervallo si misura dal numero complessivo di suoni della scala che  esso contiene. Tale misura da anche il nome all intervallo. Si considera intervallo anche tra due note della stessa altezza e nella stessa ottava e si definisce di unisono.

     

     

        Abbiamo detto che ad ogni intervallo, viene dato un nome in base alla quantità di note attraverso le quali bisogna passare per giungere da una all’altra. così per esempio per passare da Do a Fa bisogna passare per quattro note: Do-Re-Mi-Fa. Per questo all’intervallo Do-Fa viene dato il nome di intervallo di quarta. L’intervallo di ottava segue lo stesso criterio di quello di quarta; per giungere da un Do all’altro bisogna passare per otto note: Do-Re-Mi-Fa- Sol-La-Si-Do.

     

    I parametri per definire con esattezza un intervallo

     

    • Il tono e il semitono

     

       La successione dei gradi della scala non procede per distanze uguali. Fra Mi – Fa e Si – Do sappiamo infatti che intercorre la distanza più piccola del nostro sistema musicale il semitono. Tra Do – Re, Re – Mi, Fa – Sol, Sol – La, La – Si intercorre un tono.

     

     

    Congiunti / Disgiunti:

     

     Gli intervalli possono essere di due tipi:

    • Un intervallo può essere definito di grado congiunto quando non vi sono altezze mancanti fra il suono di origine e quello di arrivo; in altri termini, congiunti quando si succedono l’uno all’altro immediatamente, come nell’ordine della scala: Do – Re, Re – Mi, Mi – Fa, Fa – Sol, Sol – La, La – Si, Si – Do.
    • Viceversa, un intervallo viene definito disgiunto quando non sono presenti tutte le altezze fra il suono di partenza e quello di arrivo; diciamo, un grado disgiunto non segue la naturale progressione della scala: Do – Mi, Do – Fa, Do – Sol, Do – La, Do – Si, Re – Sol, Fa – Si, ecc.

    Possiamo anche confermare che

    • il tono è la distanza più grande tra due gradi congiunti
    • il semitono è la distanza più piccola tra due gradi congiunti.

     

    Cromatico / Diatonico

     

         Il semitono può essere diatonico o cromatico.

     

     

    L’unione di due semitoni di diversa specie (uno cromatico e l’altro diatonico o viceversa) forma il tono.

     

     

    Direzione: un intervallo può essere di tre tipi:

    • ascendente: quando il salto è da un tono grave ad uno più acuto.
    • discendente: quando il salto è da un tono acuto ad uno più grave.
    • unisono: quando la nota viene ribattuta senza generare nuove distanze.

     

     

    • Maggiore / Minore; Diminuito / Eccedente; Più che Diminuito / Più che Eccedente

     

       Per la distanza che passa fra i due suoni – distanza calcolata in toni e semitoni – possiamo distinguere gli intervalli – nella seguente classifica generale:

    1. Maggiori / Minori / Giusti,
    2. Eccedenti (Aumentati) / Diminuiti,
    3. Più che Eccedenti (Più che Aumentati) / Più che Diminuiti.

      Facendo riferimento alla scala maggiore, possiamo cominciare a classificare gli intervalli, prendendo il primo grado della scala maggiore come  punto di orientamento.

    • Sono maggiori gli intervalli di seconda, terza, sesta e settima (Nella scala minore naturale gli intervalli di terza, sesta e settima sono minori; da ciò possiamo dedurre che questi intervalli sono caratterizzanti del modo.)

     

     

    • Sono giusti gli intervalli di quarta, quinta e ottava (Gli intervalli di quarta e quinta hanno un ruolo molto importante nella tonalità e si presentano identici nei due modi – maggiore e minore – per questo sono detti giusti. Anche l’unisono e l’ottava, essendo la ripetizione di uno stesso suono, sono considerati intervalli giusti.

    Data una tonica, avremo i seguenti intervalli:

           

     Intervallo                        Gradi Misura
    Unisono giusto     I – I    
    Seconda maggiore I – II 1 tono
    Terza maggiore I – III   2 toni
    Quarta giusta I – IV 2 toni + 1 semitono diatonico
    Quinta giusta   I – V 3 toni + 1 semitono diatonico
    Sesta maggiore I – VI 4 toni + 1 semitono diatonico
    Settima maggiore   I – VII 5 toni + 1 semitono diatonico
    Ottava giusta   I – VIII 5 toni + 2 semitoni diatonici

     

    Eccedenti / Diminuiti:

     

    Sono intervalli che si ottengono grazie i’uso di unalterazione cromatica (diesis e bemolle).

    • Diminuito: un intervallo diminuito è caratterizzato dall’essere di semitono più basso rispetto alla sua equivalente tonalità minore o giusta.
      Per esempio Do#-Re è una seconda diminuita.
    • Eccedente: Un intervallo eccedente è caratterizzato dall’essere di semitono più alto rispetto alla sua equivalente tonalità giusta o maggiore.
      Per esempio, l’intervallo Do-Re# è una seconda eccedente

     

     

     

     

    Più che eccedente / Più che diminuito

     

    Questi intervalli funzionano in modo simile a quelli eccedenti / diminuiti, solo che la distanza creata è di un tono.

    • Più che eccedente: un intervallo più che eccedente è caratterizzato dall’essere di un tono più alto rispetto alla sua equivalente tonalità giusta e maggiore.
      In oltre è di semitono più alto della sua rispettiva tonalità eccedente. L’aumento dei valori avviene per mezzo delle figure di alterazione (diesis, bemolle, doppio diesis, doppio bemolle) poste sulla nota iniziale o finale dell’intervallo. A sua volta, un intervallo eccedente, ampliato di un semitono cromatico, diventa più che eccedente.
    • Più che diminuiti: un intervallo più che diminuito è caratterizzato dall’essere di un tono più basso rispetto alla sua equivalente tonalità minore e giusta.
      In oltre è di semitono più basso rispetto alla sua tonalità equivalente diminuita. Questo avviene per mezzo delle figure di alterazione (diesis, bemolle, doppio diesis, doppio bemolle) che vengono poste sulla nota in iniziale o finale dell’intervallo. Per esempio “Do♭-Re#” oppure “Do-Rex”, dove la “x” sta al doppio diesisUn intervallo diminuito, ridotto di un semitono cromatico, diventa più che diminuito.

     

    La tabella dimostra che la stessa distanza può essere interpretata in molti modi differenti.

    Per esempio:

    Do – Mi♭ è concettualmente diversa da Do – Re#, anche se raffigurano fisicamente lo stesso suono.

    Do – Mi♭ è una terza minore (Do-Re-Mi, ma il Mi è abbassato di semitono, quindi abbiamo un tono e mezzo), mentre Do – Re# è una seconda eccedente (Do-Re, ma il Re è innalzato di semitono, quindi abbiamo un tono e mezzo).

    Come abbiamo visto ciò che varia è l’altezza nominale e non la loro distanza fisica.
    Quei suoni sono fisicamente uguali, hanno sempre la stessa distanza ma le due figure trovano la loro ragione di esistere in vari campi dell’armonia e nella formazione delle scale, quindi sono entrambi fondamentali nella natura della teoria musicale.

     

    • Altre classificazioni degli intervalli

     

    Semplici / Composti:

     

       Gli intervalli possono essere di due tipologie:

    • Semplici: stano dentro all’ottava.
    • Composti: quelli che superano l’estensione di un’ottava,( possono essere calcolati come un’ottava, più un altro intervallo semplice).

        Se prendiamo per esempio una terza maggiore come “Do-Mi”, possiamo dire che si tratta di un intervallo semplice; viceversa una decima sarà data da una ottava più una seconda maggiore, anche se il risultato ottenuto armonicamente resta “Do-Mi” (decima = ottava + seconda).

        Per esempio l’intervallo di decina, undicesima, dodicesima ecc. si denominerà rispettivamente intervallo di terza, quarta, quinta ecc. Fa eccezione l’intervallo di nona, il quale quando fa parte del proprio accordo, è considerato intervallo semplice.

     

    Consonanti / Dissonanti

     

      Gli intervalli si distinguono anche per il loro particolare effetto acustico, in:

    • Consonanti, quelli i cui suoni risultano così bene associati fra loro, da produrre un senso di completa e riposante soddisfazione acustica. Per tanto essi si chiamano anche “intervalli di riposo”. Essi sono:
    1. la terza maggiore e minore;
    2. la quarta giusta (in alcuni casi assume il carattere di intervallo dissonante. Per questo viene chiamata consonanza mista o debole o variabile.);
    3. la quinta giusta;
    4. la sesta maggiore e minore;
    5. l’ottava giusta.

       Le consonanze si dividono in perfette e imperfette. Sono consonanze perfette la quarta, la quinta e l’ottava per la loro posizione immutabile nel modo maggiore e minore. Sono consonanze imperfette la terza e la sesta, per la loro posizione che varia a seconda del modo.

     

    • Dissonanti, quelli che producono una sensazione meno gradevole, una specie di eccitamento snervante, che si risolve in un desiderio di moto verso un intervallo consonante (“risoluzione“). Infatti essi sono definiti come “elementi di moto” nel discorso musicale. Essi sono:
    1. la seconda maggiore e minore;
    2. la settima maggiore e minore;
    3. gli intervalli diminuiti e più che diminuiti;
    4. gli intervalli eccedenti e più che eccedenti.

       Non fraintendiamo la loro natura, essi sono importantissimi e permettono all’armonia di procedere verso la sua naturale risoluzione (ovvero il ritorno alla tonica). Secondo le regole dellarmonia, gli intervalli dissonanti hanno bisogno della “risoluzione“, che consiste in una specie di passaggio obligato su un determinato intervallo consonante correlativo. In questi casi, per addolcire l’urto dissonante, si fa uso anche della “preparazione”, che consiste nel far precedere la dissonanza da un intervallo consonante contenente la nota che poi diventerà dissonante.

     

    Armonici / Melodici

     

    Gli intervalli si possono eseguire armonicamente e melodicamente e si distinguono in:

    • Intervalli armonici quando i due suoni si producono simulatamente;
    • Intervalli melodici quando i due suoni si eseguono in successioneIn. In questo caso l’intervallo si dice anche “salto“, e può essere ascendente o discendente.

     

     

     

    Ulteriori informazioni consulta: Appunti di Armonia 1, Appunti di Armonia 2.

     

    Intervalli enarmonici

     

        Per effetto del sistema temperato avviene spesso, che suonando al pianoforte due intervalli, diversi sulla carta, essi risultino uguali. Ciò è particolarmente evidente quando gli intervalli vengono eseguiti isolati, fuori da un contesto musicale che ne chiarirebbe il significato. Un buon esempio è la seconda eccedente, il cui effetto sonoro non può essere distinto da quello della terza minore. Si dice in questi casi che un intervallo è l’equivalente enarmonico dell’altro. Quando però sentiamo questi intervalli in un contesto armonico la differenza diventa chiaramente avvertibile.

       Si dicono intervalli enarmonici che risultano, nei reciproci rapporti, costituiti in una o in entrambe le parti da suoni enarmonici(Si chiamano suoni enarmonici omofoni due suoni i quali pur avendo nome diverso hanno una identica altezzaUna nota enarmonicaè proprio come una parola con due pronunce ma un solo significato. Il diagramma del circolo delle quinte mostra che Si♯e Re♭♭ sono entrambi enarmonicamente equivalenti a Do. L’uso di una o dell’altra dipende dal loro significato grammaticale).

     

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    Ulteriori informazioni consulta: pagina: Enarmonico ( Enarmonia)...

     

    Diretti / Rivolti

     

      Gli intervalli, ulteriormente, possono essere in forma diretta o in forma indiretta (o rivoltata).

    • Per intervallo diretto si intende l’intervallo nella sua posizione naturale.
    • Per rivolto di un intervallo si intende la trasposizione della nota grave all’ottava superiore, oppure quando la nota più acuta viene trasportata all’ottava inferiore, o il rovesciamento dell’intervallo stesso. La somma dell’intervallo diretto e dell’intervallo rivolto dà sempre un totale di nove. Da ciò deriviamo:
    La settima rivoltata diventa seconda ( 7 + 2 = 9 )
    La sesta rivoltata diventa terza ( 6 + 3 = 9 )
    La quinta rivoltata diventa quarta ( 5 + 4 = 9 )
    La quarta rivoltata diventa quinta ( 4 + 5 = 9 )
    La terza rivoltata diventa sesta ( 3 + 6 = 9 )
    La seconda rivoltata diventa settima ( 2 + 7 = 9 )
    L’unisono rivoltato diventa ottava ( 1 + 8 = 9 )
    L’ottava rivoltata diventa unisono ( 8 + 1 = 9 )

     

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     L‘intervallo che allo stato naturale è giusto, anche se rivoltato, rimane giusto.

    Invece l‘intervallo maggiore rivoltato diventa minore, l’eccedente diventa diminuito e viceversa.

    L‘intervallo più che eccedente si trasforma in più che diminuito, mentre il più che diminuito in più che eccedente.

     

    Regole per calcolare un intervallo

     

    1. Per calcolare un intervallo dobbiamo tenere presente la nota più grave come tonica della scala maggiore. Per esempio, nell’intervallo Re – Fa#, consideriamo la nota Re come tonica della scala di Re maggiore.
    2. Stabiliamo la tonalità di una scala maggiore, determiniamo quali alterazioni (diesis o bemolle) appartengono allarmatura di chiave della scala individuata al punto 1. Riprendendo l’esempio precedente, troveremo che la scala di Re maggiore ha in chiave il Fa# e il Do#.
    3. Esaminiamo quanti gradi contiene l’intervallo: questo numero determinerà il nome dell’intervallo. Nell’intervallo Re – Fa#, il Re è il primo grado, il Mi è il secondo, il Fa# è il terzo grado. Sono il totale tre gradi, quindi si tratta di un intervallo di terza.
    4. Consideriamo adesso la nota più acuta dell’intervallo. Dobbiamo capire se essa appartenga o meno alla tonalità determinata dalla nota più grave, in funzione di tonica. Nel caso dell’intervallo Re – Fa#, sappiamo che Fa# appartiene alla tonalità di Re maggiore (avendo precisato al punto 2 la sua armatura di chiave). Se la nota più acuta appartiene alla scala individuata dalla nota più grave procediamo al punto 5 (concludiamo il procedimento), in caso contrario valutiamo il punto 5 e poi proseguiamo al punto 6.
    5. Sappiamo che nella scala maggiore sono maggiori gli intervalli di seconda, terza, sesta e settima e che sono giusti gli intervalli di quarta, quinta e ottava. Allora l’intervallo di terza Re – Fa# è maggiore.
    6. Valutiamo la distanza tra la nota più acuta e quella appartenente alla scala maggiore e paragoniamola con le seguenti definizioni:
    • un intervallo maggiore, ridotto di un semitono cromatico, diventa minore;
    • gli intervalli: giusti o maggiori, aumentati di un semitono cromatico, diventano eccedenti;
    • gli intervalli: giusti o minori, ridotti di un semitono cromatico diventano diminuiti;
    • un intervallo eccedente aumentato di un semitono cromatico, diventa più che eccedente;
    • un intervallo diminuito, ridotto di un semitono cromatico, diventa più che diminuito.

     

     

     

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    Forma musicale

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    1. Della forma

     

         Nella terminologia musicale, la forma di una composizione è la costruzione con cui essa si articola e che ne rivela le suddivisioni, la successione, lo svolgimento di temi, strutture ritmiche e armoniche. La espressione non va confusa col genere musicale, termine più ampio che genera una composizione secondo la tradizione cui appartiene e le convenzioni che la definiscono.

        Tuttavia il concetto sostanziale di forma (la quale etimologicamente significa «figura», «foggia», «fattezza di corpo») persiste sempre la sincronismo dei diversi elementi costituenti l’opera d’arte in un tutto conforme. Per tanto, prima di potere analizzare le varie forme musicali, sia anche da un punto di vista solamente tecnico-costruttivo, è indispensabile avere una conoscenza dei loro elementi costitutivi fondamentali.

     Il linguaggio della musica si articola in maniera molto simile a quello verbale ha:

    • una scrittura e delle regole grammaticali (notazione),
    • una realizzazione sonora attraverso voci e strumenti, 
    • una capacità espressiva forse anche superiore a quella dello stesso linguaggio verbale.

      Il linguaggio della musica è pieno di “significati”, è organizzato in frasiovvero in “idee musicali”(o temi), che si succedono e si ripetono secondo schemi costruttivi diversi, nati nel corso dei secoli. Questi schemi costruttivi sono le forme musicali e sono alla base di grandi creazioni.

       La forma musicale è la struttura di un brano, cioè il modo in cui sono organizzati le frasi e i periodi. A ogni particolare struttura corrisponde un determinato nome: “Ballata” , “Sinfonia” , “Concerto” , “Sonata” ecc.  

    2. Elementi tecnici ed estetici della forma musicale

     
    1. Tonalità – Scala
         Per tonalità s’intende quella determinata condizione che evidenzia ad unità i suoni d’una scala, in virtù dell’interesse che ognuno di essi esercita o subisce a seconda della posizione che occupa nell’ordine della scala stessa.     

    Nella musica ogni brano è composto in base al sistema tonale, cioè a partire da un sistema di regole centrate sulla relazione  fra le altezze delle note di una scala musicale diatonica rispetto alla tonica della scala stessa, che rappresenta da nota fondamentale e centro di corrispondenza di quel particolare brano.    

    Prima di tutto è necessario dare una spiegazione: le tonalità si distinguono in due grandissimi gruppi:

    • Tonalità maggiori
    • Tonalità minori.
    In totale esistono 24 tonalità musicali: 12 maggiori e 12 minori.    

    La tonalità è definita dal tono e dal modo. Per esempio, la tonalità di Do maggiore è data dal tono Do e dal modo maggiore (per allargamento, si usa alle volte il termine tono in luogo di tonalità; ad esempio, si può anche dire di tono di Do maggiore).

    •   Per tono s’intende l’ambito tonale, l’ottava nella quale si svolge la scala. Esso perciò è stabilito dalla nota iniziale della scala, base di tutta la struttura tonale, che si chiama tonica o fondamentale della scala.
    •   Per modo s’intende lo schema, l’ordine di successione dei suoni della scala in riferimento ai loro reciproci rapporti di distanza. Essi, come abbiamo detto, sono fondamentalmente due: il maggiore tonalità maggiore e il minore → tonalità minore.
      Scala è una successione graduale di suoni, in relazioni fra loro definite e costanti, contenuta nell’ambito di un’ottava.

    La scala si distingue anzitutto in:

    • diatonica – quando è formata di toni e semitoni come la successione dei sette suoni naturali;
    • cromatica o semitonale – quando è costituita dalla successione di tutti i 12 semitoni contenuti nell’ottava.

     

     

    Per ulteriori informazioni consulta ➡️ Armatura di chiave , Circolo delle quinte , Giro armonico Gradi,  Appunti di armonia.  

       2.  Melodia

       La melodia è una qualunque successione ritmica di note singole, atta ad esprimere un pensiero musicale.  La caratteristica di una melodia, confidata a una voce o a uno strumento, è quella di essere facilmente riconoscibile all’interno della struttura compositiva. La melodia nata per il canto ha sempre conservato lo spirito della sua tradizionale vocalità, molto spesso anche nelle forme strumentali.

       3. Armonia ( Accordo – Intervallo)

     

    Per ulteriori informazioni consulta ➡️ Appunti di armonia 1, Appunti di armonia 2, Gli accordi (parte 1), Gli accordi ( parte 2), Armonizzazione della scala maggiore: il procedimento, Giri armonici, Accordo

     

        4. Discorso musicale

     

     Come nel linguaggio parlato il discorso nasce dalla coordinazione logica di parole atte ad esprimere il nostro pensiero, così in musica esso nasce dalla coordinazione di elementi ritmici, armonici melodici – vari fra loro per grandezza (estensione metrica) e compiutezza d’idea (funzione logica) – atti ad esprimere il pensiero dell’artista creatore

     

    Ulteriori informazioni consulta ➡️ Il discorso musicale,   Frase musicale.

     

    Esempi di forme musicali

     

        Il criterio che ci permette di individuare le parti di un brano musicale è basato sulla capacità di distinguere ciò che è uguale da ciò che diverso o da ciò che è somigliante. Generalmente, per schematizzare la forma di un brano musicale si usano le lettere dell’alfabeto maiuscole (per i periodi) e minuscole (per le frasi). A episodi uguali corrispondono lettere uguali, a episodi diversi lettere diverse, mentre per gli episodi somiglianti si useranno lettere con degli apici in alto a destra:

    • un, unica parte che si ripete più volte:  A A A;
    • parti completamente diverse: A B C;
    • parti somiglianti, cioè con variazioni rispetto all’idea originaria: A  A’  A” A”’.

        Volendo invece schematizzare la struttura interna di una singola parte segneremo con le lettere minuscole le frasi da cui essa è composta (lettere uguali corrispondono a frasi uguali).

    Forma può essere:

     

    • monopartita, quando si ha un solo tema che si ripete più volte;
    • bipartita, quando si hanno due temi che contrastano fra loro;
    • tripartita, quando si riscontra una simmetria fra contrasto e riproposizione dei temi;
    • polifonica, quando alcuni temi interagiscono e si sovrappongono fra di loro;
    • semplice, se prevedono un’organizzazione lineare delle parti del brano;
    • complessa, quando ha una struttura a più tempi, a più movimenti, ma sono sempre caratterizzati da un disegno unitario che lega tra loro le varie parti, che costituisce un insieme di regole, che il compositore deve rispettare nella stesura complessiva dell’opera;
    • aggregativa; quando la suddivisione in più tempi non segue le regole  di un disegno unitario e in cui troviamo una successione di brani diversi, ciascuno dei quali è una composizione a se stante che può essere eseguita anche da sola;
    • narrativa, quando un compositore si serve di un brano musicale per “raccontare qualcosa”.
    • libera, come quando l’autore non segue alcuno schema codificato – la distruzione delle regole formali;

     

    Forma monopartita

     

        È la più semplice struttura musicale e prevede un solo tema che si ripete diverse volte. Un esempio classico di questa forma è la Ballata, nella quale ad un testo musicale sempre uguale corrispondono strofe di testo diverso. La Ballata è piuttosto una forma di canto narrativo. Nelle Ballate il numero delle strofe non è fisso, perché si adegua alla lunghezza del testo.

     

    Forma bipartita

     

         Da quanto detto possiamo dedurre che la ripetizione, identica o variata, e il contrasto, cioè la diversità, sono i due principi basilari su cui poggiano le forme musicali. Generalmente le danze strumentali (soprattutto nelle danze quali la gavotta e la giga), quei brani musicali destinati  alla danza sono costruite seguendo tali principi, ripetizione e contrasto, assumendo una forma bipartita, cioè divisa in due parti diverse  Questa forma è composta da due temi, chiamati A e B. Anche le canzoni dei nostri giorni si possono assimilare a questa forma in quanto sono per lo più costituite da una strofa e da un ritornello. Consiste anche in uno spostamento di tonalità, che crea una sorta di contrasto.

     

    Forma tripartita

     

         La struttura di una composizione in forma tripartita è molto semplice poiché presenta due temi principali B (bitematica) ed è divisa in tre parti perfettamente simmetriche. Nella prima parte (A) il tema (una frase  o un periodo) è ripetuto due volte, ma con intensità diversa. Nella parte centrale è presente un nuovo tema (B) e la terza parte (A) è una ripetizione fedele della prima. La forma tripartita è una delle più frequenti forme musicali, si basa sullo schema A B A, in cui al primo elemento musicale segue il secondo e quindi la ripresa del primo. Un esempio classico di forma tripartita è Minuetto. Il Minuetto è un’antica danza francese in tempo ternario introdotta da Giambattista Lully alla corte del re Luigi XVII secolo.

     

     

    Forme basate sull’organico.

     

        Le composizioni musicali assumono nomi diversi a seconda del numero di esecutori che le interpretano:

    • Duo, Trio, Quartetto, Quintetto ecc.
    • Sonata: interpretata da uno o due solisti
    • Concerto: uno o più solisti con l’intera orchestra
    • Sinfonia: un’intera orchestra sinfonia.

     

     

    Forma polifonica

     

        Nella forma polifonica le melodie (o “voci”) si sovrappongono in contrappuntoUno dei principi fondamentali che sorregge le costruzioni polifoniche è il principio dell’imitazione: uno strumento propone un tema, cioè una frase principale, e gli altri strumenti “entrano” successivamente a intervalli ravvicinati suonando, cioè “imitando”, lo stesso tema. Questo procedimento crea un effetto di dialogo, di inseguimento sonoro molto caratteristico: in tal caso l’imitazione è detta per moto retto. L’imitazione può essere effettuata per moto contrario a specchio, se una seconda voce imita lo stesso disegno melodico, ma capovolgendolo; o per moto retrogrado, quando la seconda voce esegue la melodia iniziandola dall’ultima nota e procedendo all’indietro fino ad arrivare alla prima nota  Una delle forme polifoniche più conosciute è la Fuga, che Johann Sebastian Bach ha portato a livelli di estrema complessità e perfezione. È composta da più parti (da due a cinque) che entrano in momenti diversi e si sovrappongono fra di loro. Anche il Canone è una forma vocale e strumentale basata sul principio dell’imitazione, è una forma polifonica.

     

     

     

    Forma semplice

     

          La forma semplice è un’organizzazione lineare dei suoni. Nel Settecento e nei primi decenni dell’Ottocento era  molto in uso presso i musicisti comporre musica nella forma di Tema e variazioni. Forma essenzialmente monopartita basata sul principio della ripetizione variata. Si partiva da un tema, cioè da una melodia, e lo si ripeteva tante volte trasformandone ogni volta uno o più aspetti: ritmo, melodia, armonia, velocità, dinamica, timbri ecc. Le forme semplici sono: Tema e variazioni, Minuetto, Rondo, Canzone.

     

     

    Forma complessa

     

        La forma complessa ha una struttura a più tempi, a più movimenti, ma sono sempre caratterizzati da un disegno unitario che lega tra loro le varie parti, che costituisce un insieme di regole, che il compositore deve rispettare nella stesura complessiva dell’opera. Conosciamo  forme complesse Sonata, Sinfonia, Concerto. 

     

     

     

    Forma aggregativa

     

       La forma aggregativa una forma compositiva nella quale la suddivisione in più tempi non segue le regole  di un disegno unitario e in cui troviamo una semplice aggregazione, una successione di brani diversi, ciascuno dei quali è una composizione a se stante che può essere eseguita anche da sola. La forma aggregativa più usata a partire dall’Ottocento è la Suite, cioè una raccolta , una successione di pezzi musicali diversi, che hanno però una medesima destinazione o un filo logico che li unisce. La Suite può essere paragonata a una serie di racconti dello stesso autore riuniti sotto un solo titolo. Le Suite di questo tipo, detta moderna per distinguerla da quella classica, riunisce generalmente i brani più celebri tratti da opere musicali molto lunghe, ad esempio opere liriche, musiche di scena e balletti.

     

     

     

     

    Forma narrativa

     

         Quando un compositore modella la forma della composizione adattandola agli “episodi” del suo racconto, creando così una nuova forma, diversa dalle forme strutturate che  abbiamo  conosciuto prima. Questa nuova forma che possiamo definire narrativa, presenta quasi sempre uno svolgimento privo di interruzioni, cioè è in un solo movimento, e discende da un tipo di composizione per orchestra a contenuto programmatico, che nell’Ottocento fu inventata e usata per la prima volta dal Franz Liszt, il quale la chiamò Poema sinfonico. Posiamo immaginare il Poema sinfonico come una Sinfonia che si è liberata dal suo vestito un po’ stretto (la forma) per giocare liberamente con le note e con i timbri orchestrali senza preoccuparsi troppo delle regole. Esso si ispira generalmente ad argomenti letterali, poetici, pittorici, storici e anche autobiografici: è insomma, una Sinfonia che vuole raccontarci qualcosa servendosi dell’orchestra. La sua forma è piuttosto libera, caratterizzata da elementi timbrici  d’effetto e da motivi ricorrenti che evocano situazioni o personaggi.

    Altri brani orchestrali affini al Poema sinfonico sono:

    • lo Schizzo sinfonico più breve e conciso nella trattazione dei temi;
    • il  Quadro sinfonico con intendimenti più descrittivi e pittorici;
    • la Fiaba sinfonica composizione a contenuto favolistico e con una voce recitante;
    • lo Scherzo sinfonico come il Poema sinfonico, ma ispirato a storie o a personaggi divertenti e quindi di contenuto umoristico.

     

     

    Forma libera – Forma senza forma

     

        Se il Poema sinfonico può essere immaginato come un grande contenitore la cui forma si plasma di volta in volta sulla storia che vuole narrare, altrettanto non si può fare con composizioni, ancora più libere e svincolate da schemi prestabiliti. Queste composizioni:

    • non possono rientrare tra le forme narrative perché non hanno contenuti extramusicali così evidenti.
    • si affermano contemporaneamente al Poema sinfonico e hanno titoli bizzarri e fantasiosi che fanno intendere una grande libertà formale: Notturno, Capriccio, Scherzo, Improvviso, Rapsodia, Fantasia ecc.

        Queste espressioni appartengono al Romanticisimo musicale, che fu caratterizzato da una grande voglia di rinnovamento basata sulla distruzione delle regole formali. Nelle composizioni romantiche il contenuto è considerato più importante del “contenitore” ( la forma) perciò  il musicista rompe con le forme classiche. Il compositore distrugge le forme classiche, le reinventa a suo piacimento senza preoccuparsi di sfoggiare la sua abilità tecnica quanto piuttosto di esprimere se stesso e propri sentimenti.

        Questa tendenza si è andata ancor più accentuando nel Novecento. Con la musica sperimentale e d’avanguardia si è giunti fino alla distruzione non solo della forma ma anche dei codici musicali (notazione, tonalità, ritmo, armonia ecc.)

     

    Principali composizioni con cui musicisti cominciarono a distruggere le regole

     

       Il diverso atteggiamento creativo che caratterizza le forme libere rispetto alle forme classiche è essenzialmente questo:

    • Il compositore romantico scrive della musica per esprimere la sua realtà umana (sentimenti, speranze, ideali) e lasca che la forma si sviluppi liberamente.
    • Il compositore classico, prima di scrivere la musica, decide preliminarmente quale forma essa avrà (Sonata, Minuetto, Rondò ecc.)

     

    Forme libere:

     

    1. Improvvisoè un breve pezzo per pianoforte che dà un’impressione di improvvisazione estemporanea, cioè sembra inventato sul momento. È in forma libera e spesso è a carattere virtuosistico, molto veloce e tecnicamente difficile. Sono famosi gli Improvvisi di Chopin e di Schubert.
    2. Fantasia: anticamente il termine indicava una composizione polifonica basata  sull’improvvisazione . Nell’Ottocento indicò u brano con uno svolgimento libero basato sull’immaginazione del compositore. I tempi si alternavano liberamente, intrecciando due o più temi diversi. Famose le Fantasie di Chopin, di Schumann.
    3. Scherzo: nel periodo classico aveva una forma rigorosamente tripartita e poteva essere inserito come terzo tempo nella Sinfonia, al posto di Minuetto. Chopin lo trasformò in una forma libera e pervasa di accenti drammatici senza nulla di scherzoso.
    4. Capriccio: nel Seicento era un tipo di composizione improvvisata ed estrosa. Nel Settecento e nell’Ottocento il termine fu usato per designare composizioni virtuosistiche, libere da schemi formali vagamente umoristiche. Famose i Capricci per violino di Paganini e il Capriccio italiano di Cajkovskij.
    5. Notturno: è una composizione per pianoforte creata nel periodo romantico dal musicista inglese John Field, ma divenuta famosa con Chopin. Ha svolgimento melodico ed espressione indefinita simile a un sogno, a volte  calmo e sereno e volte interrotto da visioni tormentate e dolorose.
    6. Foglio d’album: è un breve pezzo di musica che aspira a essere una sorta  di “pagina di diario” da tenere insieme ai ricordi più cari. La sua forma dipende totalmente dal gusto e dalla fantasia del compositore. Famosi il  Foglio d’album Per Elisa di Beethoven e i 20 Fogli d’album di Schumann.
    7. Rapsodia: nell’antica Grecia era una composizione musicata e recitata da cantastorie girovaghi, i rapsodi. Nell’Ottocento indicò invece un brano strumentale libero da schemi e composto su motivi popolari, per revocare sentimenti patriottici. Sono famose le 19 Rapsodie ungheresi di Liszt.

     

     

    Le composizioni musicali si possono distinguere anche:

     

    • per il loro genere, ossia per la loro destinazione d’ambiente, in:
    1. sacre o liturgiche (quelle adibite ai riti religiosi, es. Le Messe, i Mottetti, i Salmi, ecc.);
    2. da camera  classiche  –  quelle destinate in particolare ai concerti, es. Quartetti, Sonate, ecc.);
    3. teatrali (quelle destinate alla scena, es. Melodrammi, Balletti);
    4. popolari (quelle a carattere popolare, es. Canzoni, Ballabili); ecc.
    • per il loro contenuto espressivo, in riferimento ai diversi sviluppi e orientamenti estetici dell’arte musicale, in:
    1. classiche (quelle ispirate al al classicismo – dottrina che, rifuggendo dall’importanza del sentimento patetico, considerava come scopo assoluto della creazione artistica la purezza della forma .(Es. le composizioni di Mozart);
    2. romantiche (quelle influenzate al romanticismo – dottrina che, al contrario del classicismo, metteva al centro di ogni creazione artistica l’ispirazione tratta dal sentimento patetico.( Es. le composizioni di Chopin, di Schumann, di Schubert, ecc.);

        

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  • La fuga – una composizione polifonica

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    La fuga – una composizione polifonica

         Composizione polifonica, per voci o strumenti, basata sull’imitazione, e precisamente sul rincorrersi di due temi fondamentali (uno principale, detto soggetto, e uno di accompagnamento, detto controsoggetto) che passano di voce in voce a distanze prestabilite e secondo determinate regole tonali. Ogni ciclo di entrate è diviso dall’altro da un piccolo sviluppo tematico (che varia di volta in volta) detto divertimento. Termina con lo stretto (o gli stretti) in cui le distanze che separano le entrate delle voci nell’esecuzione dei suddetti temi circolanti, vengono sempre più ravvicinate, modificando talvolta anche la figurazione dei temi stessi (soggetto e controsoggetto) per aggravamento o per diminuzione. 

    Struttura

        La fuga è convenzionalmente divisa secondo tre sezioni:

    • esposizione,
    • sezione centrale – sviluppo,
    • sezione finale – coda.

         L’esposizione è la prima parte della fuga, nella quale il soggetto viene presentato una o più volte in ciascuna parte (o voce) e, di seguito, il controsoggetto.

         All’esposizione tien dietro la sezione centrale, nella quale spesso si introduce un divertimento (libere elaborazioni dei temi dell’esposizione) o riesposizioni (riprese del soggetto solitamente accompagnato dal controsoggetto). La sezione centrale in generale è arricchita dall’impiego di varie modulazioni, quali ad esempio alla tonalità relativa, alla sottodominante, o alla dominante. In questa sezione è abbastanza comune far tacere a lungo una o più voci. Questi silenzi servono a far risaltare maggiormente la nuova entrata del soggetto.

         Si considera spesso il momento in cui il soggetto ricompare in tonica (sulla tonalità base) come l’inizio della sezione finale, quella che porta al culmine l’intera fuga.

    • Il coronamento finale della fuga ( di qualunque altra composizione musicale) avviene di solito aggiungendo alla struttura principale, qualche battuta in più con lo scopo di concludere l’intero pezzo in modo più convincente; tale è la funzione della coda. Comunemente nella coda possiamo avere: 
    • il pedale (la nota pedale) è una lunga nota tenuta dalla voce più grave, su cui si riascolta per l’ultima volta il soggetto, accompagnato dal contrasoggetto o da parti libere. La nota pedale si trova generalmente proprio alla fine di una fuga con funzione di sezione cadenzante;
    • gli stretti sono una serie di ripetizioni ravvicinate del soggetto eseguite dalle varie voci. Lo stretto si ha quando l’entrata della risposta avviene prima che il soggetto ancora non è stato esposto completamente. La tensione può essere aumentata facendo entrare, ad esempio in una fuga a quattro voci in stretto. Lo stretto con il suo afflusso di voci, è spesso usato per raggiungere il culmine dell’intensità espressiva.

    La coda può presentare anche strutture diverse.

        La fuga è la forma polifonica la più rigorosa, complessa e impegnativa. Le regole per comporre una fuga sono molte, rigide e precise. La fuga è forse il frutto tecnicamente e artisticamente più completo ( vale sopratutto per J.S.Bach) di tutto il concetto contrappuntistico. Sarebbe vano cercare di comprendere in un unico modello tutte le fughe mai scritte. Ognuna di esse varierà in questo o quel particolare dalla struttura che stata presentata.

    Esempio di una Fuga:

    Fuga in Do minore dal primo volume del Clavicembalo ben temperato di J.S.Bach

        Nell’esposizione le voci (che in questo caso sono tre, ma possono essere più molteplici) espongono il tema principale del brano – soggetto– esso dura due battute:

         Dopo che la prima voce ha esposto soggetto, questo passa alla seconda voce, poco modificato. La prima voce continua eseguendo il controsoggetto, una specie di secondo tema – accompagnamento:

          In seguito un breve episodio di transizione, rintracciamo il soggetto nella sua terza e ultima entrata, eseguito dalla terza voce. La seconda voce, che ha appena eseguito il soggetto, svolge ora il controsoggetto. La prima invece, che ha appena eseguito il controsoggetto, svolge una parte libera.

         A questo punto, quando tutte le voci hanno esposto il soggetto, si conclude la prima parte della fuga e inizia la seconda – sezione centralesviluppo. In questa parte abbiamo un scambiarsi di divertimenti e riesposizioni.

    Ecco un esempio di divertimento: le due voci superiori ripetono scambiandosi l’inizio del soggetto, mentre la voce inferiore esegue una parte libera che richiama l’inizio del controsoggetto:

    Ecco un esempio di riesposizione: la voce superiore esegue interamente il soggetto in una nuova tonalità. La voce più grave svolge il controsoggetto. La voce intermedia esegue una parte libera.

     Al termine della sezione centrale si trova la coda, che può avere varie strutture. Nella coda della fuga che abbiamo analizzato, il soggetto è accompagnato da una parte libera. 

    Secondo esempio di una Fuga:

    Fuga in Mi maggiore dal secondo volume del Clavicembalo ben temperato di J.S.Bach: 

    Una interpretazione della Fuga in Do minore di J.S.Bach

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  • Appunti di Armonia 2

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    La scala

     

     

        La scala è una successione di suoni che procedono per grado congiunto i quali si trovano in determinati rapporti di distanza con un suono base che è il punto di partenza e che viene denominato tonica. Quindi la scala è una successione ordinata di suoni (detti anche gradi) nell’ambito di un’ottava, disposti in ordine di toni e semitoni. I gradi sono indicati con un numero romano progressivo da I a VII.

    fig.1(a)


     

     

    La scala può essere di due tipi: diatonica e cromatica.

     

      Nel sistema musicale la scala basilare è la scala diatonica, formata di toni e semitoni all’interno di un intervallo di ottava.

      La scala diatonica può essere di due specie (modi): maggiore e minore e può svolgersi sia in senso ascendente che discendente:

    fig.1(b)

     

    La scala cromatica è costituita dalla successione di tutti i 12 semitoni contenuti nell’ottava.

    fig.1(c)

     

     

    La scala “modo maggiore”

     

      La scala di “modo maggiore” è costituita da 5 toni e 2 semitoni disposti come in fig.1(a) fig.1(d).

    fig.1(d)

     

    .

     

       Analizzando la distanza tra i vari suoni, cioè degli intervalli che intercorrono tra loro, come in fig.1(a),  possiamo ricavarci questa formula: ( T-T-ST-T-T-T-ST), che ci consente di costruirci le scale maggiori. Se applico questa formula  a partire da una qualsiasi altra nota  otterrò la relativa scala maggiore. 

    Facciamo un esempio partendo dalla nota RE  ricavandoci la relativa scala maggiore fig.2.

    fig.2

     

     

     

    IL I grado è appunto il RE.

    IL  II grado dovrà trovarsi a distanza di un tono dal primo grado.Il tono è formato da due semitoni,quindi  contando due semitoni a partire dal RE, avrò RE#, MI, quindi il secondo grado della scala sarà il MI.

    Andiamo a ricavarci il III grado che disterà ancora di un tono dal grado precedente, quindi contando due semitoni partendo dal MI, ( FA e FA#) otterrò il FA#.

    IL IV grado si troverà ad un semitono di distanza dal III, seguendo la formuletta, quindi eravamo arrivati al FA#, conto un semitono ed avrò il SOL.

    IL V grado sarà ad un tono dal precedente, quindi (SOL#, LA) ed il LA è il quinto grado della scala.

    IL VI grado sarà ancora ad un tono dal precedentequindi (LA#, SI), avremo il SI.

    IL VII grado ad un tono dal precedente, (partendo dal SI avremo DO, DO#) quindi il DO# sarà il settimo grado.

    Infine l’VIII grado dovrà essere ad un semitono dal VII, quindi dal DO#, contando un semitono avrò il RE.

    Sarà molto utile costruire  le altre scale scrivendole sul pentagramma.

     

     

    Gradi delle scale e loro denominazione

     

     

    Come detto sopra i suoni che compongono la scala si chiamano gradi e vengono altresì chiamati:

     

    Il I grado : Tonica, è la nota base della scala  ed è il grado che esercita più di tutti attrazione sugli altri i quali hanno una tendenza di moto verso di esso.

    IL II grado : Sopratonica.

    IL III grado : Modale Mediante. Modale perché da esso dipende l’individuazione del modo maggiore o minore.Mediante perché è il suono intermedio della triade che si costituisce sul I grado.

    IL IV grado : Sottodominante.

    IL V grado : Dominante, per il suo frequente impiego nelle melodie e per la sua posizione centrale, dalla quale può dominare gli altri gradi.

    IL VI grado : Sopradominante.

    IL VII grado : Sensibile, per la sua tendenza a risolvere sulla tonica. Quando questo grado non dista un semitono dalla tonica ( come nella scala minore naturale), prende il nome di sottotonica.

     

     

    La scala di “modo minore”.

     

     

    Caratteristica della scala minore è la prima 3ª che è sempre minore, mentre gli altri due intervalli , 6ª e 7ª, variano a seconda del tipo di scala minore che viene considerato.

    La scala minore può essere di diversi tipi:

     

    Scala minore naturale.

     

    La scala minore naturale ha la 3ª, la 6ª e la 7ª sempre minori, sia in senso ascendente che discendente. Questa scala non presenta la sensibile. La successione di toni e semitoni è: T-ST-T-T-ST-T-T

     

     

     

    Scala minore melodica.

     

    La scala minore melodica ha la 3ª sempre minore, sia in senso ascendente che discendente, la 6ª e la 7ª, invece, sono maggiori nel salire e minori nello scendere. Questa caratteristica nasce dall’esigenza di superare gli inconvenienti della scala minore naturale  (mancanza di sensibile e quindi del carattere conclusivo della successione 7º e 8º grado) e della scala armonica ( poca metodicità dell’intervallo di 2ª eccedente esistente tra il 6º e 7º grado). A tale inconveniente si è ovviato innalzando di un semitono sia il 6º che il 7º grado nella successione ascendente, in quella discendente tali gradi vengono restituiti all’impianto tonale. La successione di toni e semitoni è in senso ascendente: T-ST-T-T-T-T-ST in senso discendente: T-T-ST-T-T-ST-T

     

     

     

    Scala minore armonica.

     

    La scala minore armonica ha la 3ª minore, la 6ª minore e la  7ª maggiore tanto nel salire quanto nello scendere.

    La scala minore armonica presenta quindi tra il 6º ed il 7º grado una distanza di un tono e mezzo. Tale intervallo equivalente ad una 2ª eccedente è poco melodico e costituisce la caratteristica di questa scala. La successione di toni e semitoni è: T-ST-T-T-ST-T½ -ST

     

     

     

    Ulteriori informazioni consulta: Appunti di Armonia 1

     

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  • Giri Armonici

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          Giri Armonici

                             

        Hai mai sentito parlare di giri armonici ?  Sicuramente sì. In ogni caso anche se non sai cosa sono, non spaventarti: sono più semplici di quanto puoi immaginare. Si tratta infatti di avere un circolo di accordi  ,una successione di accordi che si ripete nel tempo. Se per esempio prendo gli accordi di Do  maggiore e Re minore, e decido di ripetere questa sequenza di accordi  più volte nel tempo, si verrà a creare un giro armonico

    .

        Il giro armonico è quindi una successione di accordi che si ripetono nello stesso ordine per tutta la durata del brano all’interno di una specifica tonalità.

     

       Il giro armonico prende spesso il nome dal primo degli accordi sul quale è costruito: per esempio, il giro di DO è costruito sugli accordi di DO maggiore, LA minore, FA maggiore e SOL maggiore, mentre il giro di RE è costruito sugli accordi di Re maggiore, SI minore, SOL maggiore e LA maggiore.

      Tale successione si ottiene seguendo determinate regole teoriche. Oltre ad avere una finalità didattica, il giro armonico viene spesso impiegato come base per l’improvvisazione e  costituisce la struttura armonica di base di tanti brani, in particolare nella musica leggera.
    Il giro armonico si ottiene, all’interno di una determinata tonalità, prendendo quattro accordi costruiti su altrettanti gradi della scala maggiore. A tal proposito consideriamo l‘armonizzazione della scala maggiore di seguito riportata:

      Il giro armonico prevede l’utilizzo dei quattro accordi che si trovano sul 1°, 2°, 5° e 6° grado della scala maggiore. Tali accordi, però, si suona nella seguente successione: I -VI -II -V, o nella variante: I -VI -IV -V. Quindi nel caso della tonalità di DO maggiore: DO, LA min, RE min, SOL; oppure DO, LA min, FA, SOL ( in Italia viene comunemente  definito “giro di DO” o anche “giro del barbiere” con riferimento a il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini).

                                                             Giro di Do

     

       

     

       Una caratteristica dei giri armonici  è  che l’accordo del 5° grado si suona come settima.

    Di seguito la tabella con tutti i giri armonici in tutte le tonalità:

      Tuttavia i giri armonici principali sono già stati costruiti da altri prima di noi ed è bene conoscerli perché si trovano ovunque (ma soprattutto nella musica leggera e pop).

    Esempi:

    Giro di Do:

     

    Sulla tastiera:

    Sulla chitarra:

     

     

    Giro di Sol:

     

    Sulla tastiera:

    Sulla chitarra:

    Giro di Fa:

     

    Sulla tastiera:

    Sulla chitarra:

    Giro di Blues:

     

    Sulla tastiera:

    Sulla chitarra:

     

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  • Canone nella musica

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    Canone nella musica

          La più rigorosa delle forme contrappuntistiche. L’esempio più semplice di canone, comprensibile per chiunque, è la famosa canzone Fra’Martino, che si canta a più voci ognuna delle quali esegue la medesima linea musicale, ma sfasata rispetto alle altre. Le voci si inseguono quindi tra loro. È la forma “conveniente ”per eccellenza, dato che da una singola linea se ne possono eseguire altre senza doverle scrivere (molti dei celebri canoni di Bach sono scritti su un solo pentagramma).

     

          Il canone può essere classificato in base

    • al numero delle voci,
    • all’intervallo al quale ciascuna imitazione successiva è trasposta rispetto all’antecedente,
    • al fatto che le voci siano inverse, retrograde o inverse e retrograde insieme;
    • la distanza temporale tra ciascuna voce e
    • il fatto che gli intervalli della seconda voce coincidano con quelli della prima o vengano modificati per obbedire alle esigenze della scala diatonica;
    • infine l’eventuale differenza nel valore delle note tra l’antecedente e le sue imitazioni successive. Nella pratica dell’arte musicale i compositori hanno spesso impiegato anche più di uno dei metodi suddetti simultaneamente.

    Tipi di canone 

    •  Un canone dove la melodia è seguita da una voce di contrappunto è detto a due voci. Se le voci complessive sono n, canone viene similmente chiamato canone a n voci. Tale terminologia può essere utilizzata in combinazione con una relativa ad altre caratteristiche del canone.
    • In un canone ad intervallo la voce conseguente imita la voce guida (antecedente). Un intervallo preciso, diverso dall’ottava o unisono (esempio: canone alla seconda, quinta, settima, etc.). Se la conseguente imita l’antecedente secondo il preciso intervallo assegnato, si parla di canone esatto; se l’imitazione segue l’intervallo (ad es: terza) ma non la qualità (maggiore/minore), si parla di canone diatonico.
    • Un canone inverso (detto anche canone per moto contrario) fa muovere la voce conseguente in moto contrario rispetto alla voce antecedente. Ad esempio, se quest’ultima sale di una quinta, la conseguente scende di quinta, e viceversa. Una sottovariante del canone inverso, “a specchio”, mantiene esattamente gli intervalli: una sesta maggiore resterà una sesta maggiore, e non potrà diventare minore. 
    • In un canone retrogrado, noto anche come cancrizzante, la voce conseguente inizia dall’ultima nota della voce antecedente. Poi prosegue all’indietro, terminando con la voce iniziale (do, mi, sol-sol, mi, do).
    • Il tipo più familiare di canone è probabilmente quello perpetuo/infinito, detto anche canone circolare. Esso, quando ogni voce del canone arriva al termine, può ricominciare dall’inizio, in una specie di moto perpetuo. Un esempio di canone perpetuo nella musica popolare è dato da  Fra’ Martino.

          Esistono anche altri tipi di canone come quello a spirale, il canone accompagnato e il canone doppio o triplo.

                                                                        Canone cancrizzante o retrogrado

                                                                                    Canone di J. S. Bach

    Canone di Pachelbel

          Si tratta di una composizione musicale in forma di canone per tre violini e basso continuo attribuita al musicista tedesco Johann Pachelbel. Essa è arrivata  fino a noi attraverso un manoscritto del XIX secolo, nel quale è seguito da una giga in 12/8, sempre per il stesso  organico. La datazione suggerita da alcuni studiosi (tra il 1680 e il 1706) è una mera congettura basata sullo stile musicale.

         L’arrangiamento orchestrale registrato nel 1968 dalla celebre orchestra da camera Jean-François Paillard ebbe uno straordinario successo popolare. Nei decenni successivi, il brano fu registrato da molti altri gruppi, eseguito in concerti ed utilizzato come colonna sonora. La progressione di basso su cui si basa la serie di variazioni che costituisce il brano è stata utilizzata ampiamente nell’ambito della canzone pop.

    Struttura :

                                                               La sezione del basso ostinato del Canone di Pachelbel

          Questa linea di basso viene ripetuta in tutto ventotto volte. Gli accordi di tale sequenza sono: Re maggiore (tonica), La maggiore (dominante), Si minore (tonica parallela), Fa Diesis minore (dominante parallela), Sol maggiore (sottodominante), Re maggiore (tonica), Sol maggiore (sottodominante), La maggiore (dominante)

                                                                        Struttura di apertura del Canone di Pachelbel

          Qui sopra sono riportate le prime nove misure del Canone. I violini eseguono il canone a tre voci sopra la linea del basso che provvede a garantire la struttura armonica. I colori evidenziano le variazioni individuali e il tempo di entrata degli strumenti.

          Il Canone di Pachelbel rappresenta uno dei modelli  più importanti di crossover in campo musicale ( crossover è un termine usato per descrivere materiale preso in prestito da più generi differenti, e la cui popolarità supera i confini convenzionali della musica e dei suoi stili ).

          A partire dagli anni settanta il Canone di Pachelbel è  passato dall’essere un’opera poco conosciuta della musica barocca al diventare un fattore  culturale globalmente  noto. Il Canone è stato infatti oggetto di numerosi riedizioni e adattamenti in chiave pop o rock: alcuni si rifacevano nell’orchestrazione e nel rispetto della partitura, al modello originale, altri invece hanno avuto il carattere tuttavia  di vera e propria sperimentazione musicale, con l’uso di strumenti autenticamente  usati per altri generi musicali, come ad esempio la chitarra elettrica.I

         Il video del Canone in Re Maggiore eseguito con strumenti originali dall’Ensemble di Musica Antica di San Francisco Voices of Music con Katherine Kyme, Carla Moore & Cynthia Freivogel, al violino barocco; Tanya Tomkins, violoncello barocco, Hanneke van Proosdij, organo barocco e David Tayler, tromba.

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  • Il Suono

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     Il Suono

     

        In principio, ė lecito supporre , era il silenzio. Era silenzio perché non c’era moto alcuno e di conseguenza nessuna vibrazione poteva mettere l’ aria in movimento, fenomeno questo di importanza fondamentale per la produzione del suono. La creazione del mondo, in qualunque modo sia avvenuta, deve essere stata accompagnata dal moto e pertanto dal suono. Forse è questa la ragione per cui la musica, presso i popoli primitivi, ha tale magica importanza da essere spesso connessa a significati di vita e di morte. Proprio la sua storia insegna che la musica ha serbato il suo significato trascendentale.

         Il suono ( dal latino sonus = sensazione percepita dall’udito) é un fenomeno acustico prodotto dalle vibrazioni periodiche dei corpi elastici. Per es. la vibrazione dina corda, la pelle di un tamburo. Se la vibrazione é regolare, il suono che ne risulta è musicale e costituisce una nota di altezza determinata; se é irregolare, il risultato è il rumore.

         Ogni suono ha tre proprietà caratteristiche. Prendiamo un esempio tratto dalla vita di ogni giorno. Passeggiando per la strada, noi ascoltiamo più suoni contemporaneamente; automobili ?, motociclette ?, aereoplani, apparecchi radio, persone che camminano e chiacchierano producono simultaneamente suoni che possono essere gradatamente più alti e più bassi, più forti e più tenui. Col nostro orecchio facciamo un automatica distinzione tra la voce acuta di un bimbo ? e quella grave di un uomo, fra il rombo di un aereo e il ronzio del traffico, e riconosciamo se la melodia che ci giunge da una radio é suonata da una tromba o da un violino. Così noi incosciamente selezioniamo le tre qualità del suono: altezza , intensità e timbro. 

     

    Altezza

     

        L’altezza è la qualità per la quale un suono è più o meno acuto di un altro e dipende dal numero di vibrazioni (frequenza) che il corpo sonoro che lo produce compie in un minuto secondo; si dice che é più acuto il suono che è dato da un numero maggiore di vibrazioni, meno acuto quello che é dato da un numero minore.

     

    Intensità

     

        Abbiamo visto quindi che l’altezza di una nota dipende totalmente dalla frequenza della sua vibrazione. L’intensità di una nota dipende dall’ampiezza della vibrazione. L’ intensità è la qualità per cui un suono è più o meno forte di un altro avente o non la medesima altezza. Lo stesso suono, per es. nel pianoforte, avrà un intensità diversa a seconda che verrà prodotto colpendo il tasto con leggerezza oppure battendolo con forza, pur restando uguale, in entrambi i casi , il numero delle vibrazioni. L’ intensità dipende quindi dall’ampiezza delle vibrazioni ed é indipendente dal numero delle vibrazioni stesse.

     

    Timbro

     

       Il timbro definisce la differenza di colore musicale tra una nota suonata su strumenti differenti o cantata da voci diverse. In tal modo il “colore” di una nota ci permette di distinguere tra vari strumenti che suonano la stessa melodia. Perché? La risposta ci conduce ad uno dei più affascinanti fenomeni dell’acustica, gli armonici. La frequenza caratteristica di una nota è solo quella della fondamentale di una serie di altre note che sono simultaneamente presenti sulla nota base. Queste note sono chiamate armonici ( o suoni parziali o ipertoni) . La ragione per cui gli armonici non sono distintamente udibili, è che la loro intensità è minore di quella della nota fondamentale. Ma essi sono importanti perché determinano il timbro di una nota, è al tempo stesso danno chiarezza e smalto al suono. Ciò che ci permette di fare distinzione fra il timbro, ad esempio, di un oboe e di un corno é la diversa intensità dei vari armonici presenti sulle note reali che essi producono.

     

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  • Appunti di armonia 1

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    Appunti di teoria ed armonia musicale

        L’armonia è la scienza e l’arte che studia la genesi e la concatenazione degli accordi. La musica è un arte che deriva dalla successione ritmica dei suoni, melodia e della loro combinazione simultanea, armonia.

    Sia che questi suoni giungano al nostro orecchio successivamente oppure simultaneamente. Vengono a trovarsi tra loro in determinati rapporti, i quali, mentre suscitano nel nostro animo determinate sensazioni che formano oggetto dell’arte. Sono a loro volta oggetto della scienza che ne studia le leggi.
    Ecco dunque perché l’armonia non è solo una scienza ma anche un’arte nello stesso tempo. Essa si occupa di individuare negli accordi gli elementi di cui sono formati. La genesi di questi elementi e di stabilire ed esporre le leggi che regolano i rapporti di affinità fra un accordo e l’altro.

    Elementi costituivi della musica

    Gli elementi costitutivi della musica pertanto sono la melodia, il ritmo, l’armonia

    Per melodia si intende la successione di più suoni di differente altezza e durata.

    Il ritmo è determinato dal rapporto di tempo intercorrente tra i vari suoni percepiti successivamente dal nostro orecchio. Tutto in natura è ritmo: dalla circolazione del sangue al movimento degli astri, dalla respirazione all’alternanza del giorno e della notte e alla periodicità delle stagioni.

    Melodia e armonia hanno un origine comune, le stesse tendenze e la stessa importanza.
    Unendo simultaneamente i suoni di cui è formata una melodia si possono formare successioni armoniche. Reciprocamente dalla disposizione e simmetrica dei suoni che compongono gli accordi si può ricavare una melodia.

    Armonia: diatonica, cromatica, enarmonica

    L’armonia viene ripartita in tre generi: diatonica, cromatica, enarmonica.

    L’armonia diatonica si basa sui modi maggiore e minore e studia gli accordi consonanti e tutti quelli dissonanti di 3, 4, 5, 6, 7 suoni.

    L’armonia cromatica si occupa delle alterazioni di uno o più suoni negli accordi diatonici. L’armonia cromatica è molto adoperata nella musica moderna ed è fonte di grandi effetti coloristici e contrasti che arricchiscono l’armonizzazione ravvivando la composizione.

    Larmonia enamornica è quella parte dell’armonia che si occupa del vario aspetto sotto il quale può essere considerato uno stesso suono o uno stesso accordo – in altri termini è la sostituzione di un accordo mediante un altro omofono ma non omologo; cioè avente gli stessi suoni ma non lo stesso nome. Tale sostituzione cambiando l’essenza dell’accordo produce risoluzioni impreviste che portano in tonalità lontane da quelle di partenza.

    Ulteriori informazioni consulta: Enarmonia

       Intervalli e scale — generalità

       Intervallo, in senso musicale, è il rapporto dei numeri delle vibrazioni di due suoni di differente altezza-in parole più semplici è la distanza che passa fra due suoni. Nel nostro sistema temperato l’ottava giusta è divisa in 12 parti uguali denominate semitoni. Ciascuna delle quali rappresenta l’intervallo più piccolo che passa fra un suono e l’altro e serve come unità di misura per calcolare le distanze. Il semitono può essere di due specie: cromatico e diatonico.
     

    Semitono cromatico e diatonico

     
    Semitono cromatico è quello che passa tra due suoni aventi lo stesso nome:
     

    Semitono diatonico è quello che passa fra due suoni aventi nomi differente:

    L’unione di due semitoni di diversa specie (uno cromatico e l’altro diatonico o viceversa) forma il tono.

    Gli intervalli possono essere di due specie:

     
    1.   intervallo melodico: i due suoni vengono emessi in successione
    2.   intervallo armonico :i due suoni vengono emessi contemporaneamente.

    Ulteriori informazioni consulta: Appunti di Armonia 2

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