Aspetti estetici: il bello musicale; il rispetto delle diteggiature originali

 

   Criterio estetico a diteggiatura 

     Torniamo ai criteri di scelta della diteggiatura. Abbiamo visto come il primo e più importante criterio sia quello estetico. In qualsiasi ambito artistico, infatti, la scelta dei mezzi ha come fine ultimo quello di perseguire il bello. Dice Neuhaus: “nell’arte […] non esistono minuzie; tutto, fino all’ultimo dettaglio, è sottomesso alle leggi della Bellezza”.
  
      Sempre citando Neuhaus, “il primo principio [di scelta della diteggiatura] presuppone solamente la comodità, musicale e semantica, che a volte non solo non coincide con la comodità fisica e motoria delle dita, ma addirittura le si contrappone”. Una particolare diteggiatura, infatti, pur risultando a prima vista scomoda per la mano, in realtà può permettere di realizzare in maniera (paradossalmente) più comoda un dato fraseggio.
  
       Dello stesso avviso è Piero Guarino. Dopo aver proposto una diteggiatura apparentemente poco “lineare” di un passaggio dell’Invenzione a due voci n. 9 di Bach. Egli dimostra come in realtà questa diteggiatura ne permetta a pieno la realizzazione del fraseggio richiesto in maniera quasi automatica. E dice: “Con l’esercizio si può benissimo arrivare, beninteso, anche così ad esprimere il fraseggio implicito di Bach, ma ci sembra non esservi nessuna ragione di affaticarsi e perdere tempo quando un’altra soluzione realizza il fraseggio naturalmente”.
  

Diteggiature originali del compositore     

       Ci si deve porre a questo punto un importante problema, quello delle diteggiature originali del compositore. Neuhaus consiglia di non prendere mai alla lettera nessuna diteggiatura di revisore, e di studiare invece le diteggiature dei compositori con molta attenzione. Egli tiene in gran conto le diteggiature segnate dagli stessi autori: esse, infatti, “costituiscono […] mezzo insostituibile per conoscerlo e per conoscere il suo stile pianistico”. Solitamente tali diteggiature sono indicate in corsivo nelle edizioni Urtext. In linea di massima dovremmo cercare di rispettarle. Ma prima di accettarle come “dato di fatto”, dovremmo porci un altro quesito. Tali diteggiature dipendono dalla concezione musicale del compositore o più semplicemente dalla struttura anatomica della sua mano? Nel primo caso, il rispetto di esse diventa artisticamente d’obbligo. Non possiamo pretendere di esplicare, interpretare l’espressione del compositore senza rispettarne le modalità da lui stesso richiesteci. Nel secondo caso, invece, così come possono essere il risultato di una maggiore comodità relativamente alla mano del compositore, allo stesso modo le diteggiature in questione possono rivelarsi scomode per un’altra mano. Pertanto ci si potrebbe sentire autorizzati a cambiarle, ponendosi come scopo quello di trovare un modo più adatto alla nostra mano per realizzare a pieno la volontà musicale del compositore. Non è facile però stabilire in quale delle due possibilità ci si sia imbattuti. Spesso Chopin scavalca il quinto dito col quarto, per ragioni di legato. O di comodità personale? Può considerarsi questo un espediente adatto alla mano di Chopin, ma meno adatto ad altre mani? È una questione abbastanza difficile da risolvere. Tuttavia alcuni esempi inequivocabilmente dimostrano come, in casi particolari, i compositori abbiano indicato determinate diteggiature con scopi musicali ben precisi.
 

Conclusione di Neuhaus       

       Interessante la conclusione di Neuhaus sul problema della diteggiatura. Egli dice: “Considero la più piacevole annotazione di una diteggiatura quella di Debussy nei suoi Dodici studi: non ha indicato neppure un dito e in una breve, spiritosa prefazione ha spiegato il perché di questa scelta. […] Un pianista che conosca la musica, se stesso e il pianoforte, arriva facilmente alla stessa conclusione di Debussy. Questa è la fine di un viaggio, il risultato di una buona scuola, dell’esperienza e dell’istinto”.

 

 




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