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  • Semiografia – notazione musicale (parte 1)

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     Definizione

     

       La semiografia o notazione musicale è il sistema che stabilisce per iscritto una composizione, una melodia o una qualsiasi idea di suddetto ordine. La semiografia musicale è l’unione dei segni e dei simboli utilizzati per trasportare la musica in spartito fissando così li suono sulla carta. Essa è il frutto di secoli di studi ed evoluzione musicale, quindi è un sistema complesso e prodotto che racchiude in se tutti i modi necessari per scrivere qualsiasi suono o voce sia frutto di una tecnica musicale.

    Il carattere creativo del fenomeno musicale sfugge ancora a moltissimi. Forse perché la musica non si tocca, non si vede (neanche nelle opere di teatro la parte strettamente musicale si vede), forse perché la musica non ha un significato preciso e irreversibile, non espone concetti precisi come fa la parola.            

    Giulio Confalonieri

     

    Breve storia della notazione musicale

     

       La storia della semiografia musicale è la storia della scrittura della musica, del sviluppo dei segni che i compositori hanno utilizzato per scrivere le proprie opere musicali.

    Le prime affermazioni di notazione musicale ripercorrono alle civiltà antiche. Si trattava di notazioni primitive, fondate sull’utilizzo dei caratteri alfabetici. All’epoca del Medioevo cominciava a prendere forma la notazione moderna, per poi cristallizzarsi intorno il XVII secolo. A partire dal XX secolo si è rilevata la tendenza a usare grafie innovative.

     

    1. La storia musicale scritta nella antica Grecia

     

      La parola “musica” deriva da ἡ μουσικὴ τέχνη, che significa”arte delle Muse“. Effettivamente, il mito delle Muse è alla base del concetto classico della musica. Come le Muse erano figlie di Mnemosyne, così la musica era legata inevitabilmente, dalla capacità umana della memoria. Tanto è vero, i greci, come tutti i popoli dell’antichità fino al Medioevo, suonavano solo a memoria. La mitologia conferma questo punto di vista della cultura greca: la pena che le Muse inflissero al cantore Tamiri per averle sfidate consistette nel fargli perdere la memoria della sua arte; così Tamiri non riuscì più a suonare una nota.

     

    Notazione alfabetica

     

       La civiltà greca avendo grande considerazione della musica più sotto l’aspetto teorico che pratico, adottò il sistema della notazione alfabetica, servendosi di un alfabeto arcaico per la musica strumentale e dell’alfabeto ionico per la musica vocale. A ogni carattere corrispondeva un’altezza e per ingrandire il numero dei caratteri (e poter quindi segnare più altezze) venivano usate le stesse lettere capovolgendole o sistemandole in orizzontale. Da ciò si può dedurre che un sistema di codifica musicale esisteva. Dopo tutto, esistevano già molte biblioteche per il trasferimento dei testi: così infatti avvenne per le composizioni letterarie. La poca considerazione della musica pratica nell’antica Grecia, e conseguentemente nella civiltà romana, ci lascia poche testimonianze. La musica era considerata la scienza acustica, materia con pieno diritto di cittadinanza nel contesto dello studio teoretico complessivo. La musica pratica non era invece meritevole di essere trasmessa nel tempo. Ecco perché si hanno approfondite conoscenze sulla teoria musicale dei greci, ma non si può dire quasi nulla sulle loro composizioni concrete. 

     

    2. La notazione musicale nella musica liturgica dell’Alto Medioevo

     

      Con l’affermazione del Cristianesimo, la notazione musicale è indirizzata ad affrontare un importante cambiamento. La musica liturgica è stata protagonista di una nuova forma di notazione: la notazione neumatica. Notevole fu l’interesse del mondo medievale per la scrittura musicale, con la breve parentesi di notazioni come la notazione sangallese, la notazione metense(appartenenti alla notazione adiastematica) e la notazione daseiana (che rappresenta il primo esempio noto di scrittura di musica polifonica). La straordinaria innovazione quella della scrittura gregoriana è di rappresentare graficamente l’andamento della melodia per mezzo di piccoli segni. Questi segni sono gli accenti grammaticali usati dai greci e dai latini nelle scuole di retorica, per segnalare un innalzamento o l’abbassamento della voce. Altri segni derivarono poi da diverse combinazioni di questi segni principali che venivano posti sopra le sillabe del testo da cantare, assumendo una posizione che graficamente raffigurava lo svolgimento della melodia e nello stesso tempo riprendeva il movimento della mano del direttore del coro che indicava ai cantori le varie intonazioni della voce. Ma con il monaco Guido d’Arezzo e il suo metodo detto “solmisazione” si mettono le basi di quella scrittura che sarà l’attuale scrittura musicale.

     

                                                     La notazione neumatica sangallese

    Antifonario (1130 ca.) esempio di notazione musicale nel Medioevo con neumi che raffiguravano l’andamento della melodia

     

    Mano guidoniano- Si tratta di un sistema mnemotecnico utilizzato per aiutare i cantanti nella lettura prima vista della musica. Spesso si trova nelle miniature recanti notazioni XV secolo.

                       

                                                                     Mano guidoniana

     

    La notazione neumatica adiastematica, o in campo aperto

     

      Il neuma (dal greco νεύμα neuma: segno, cenno, ma anche da πνεύμα: soffio, fiato o νόμος: melodia, formula melodica) nel canto gregoriano è un segno della notazione musicale usato a partire dal IX secolo e durante tutto il Medioevo, fino all’inserimento del tetragramma, che sta a dimostrare l’insieme di note che si trovano su un’unica sillaba.  I neumi sono segni che nel contesto medievale costituivano le moderne note posizionate sopra ad unica sillaba del testo cantato in diverse altezze e in un sistema di righi con all’inizio di ogni rigo quelle che al giorno d’oggi chiamiamo chiavi.

      l neuma trascrive una formula melodica e ritmica applicata a una singola sillaba. Si parlerà quindi di neuma monosonico se a una sillaba corrisponde una sola nota musicale o di neuma plurisonico nel caso dell’uso di più note su una singola sillaba. Nel caso del melisma che solo caratterizza lo jubilus nel canto dell’alleluia, vengono utilizzate anche decine di note in un unico neuma. Il neuma viene quindi distinto dall’elemento neumatico, il quale indica un segno unito in composizione ad altri che lo precedono o lo seguono su una singola sillaba.

     

                                                     Neuma melismatico in notazione quadrata.

     

                                                               Principali neumi a confronto.

     

    Il neuma confronto a nota musicale

     

      Il neuma già contiene dentro di sé ogni valenza che nella futura nota (dal latino notare, ‘scrivere’) si sarebbe fatta esteriore. Si consideri questo assunto sia per il parametro della durata che per quello dellaltezza, elementi primi di ogni notazione. La durata del neuma è in relazione con il χρόνος πρῶτος (‘tempo primo’, ovvero la durata di una sillaba o di una mora). La durata della nota è metricamente misurata. Ugualmente, nel neuma la diastemazia (διάστημα = ‘intervallo’) è sottintesa e relativa, perché, come l’accento melodico (non intensivo) delle lingue classiche, il neuma indica il sollevamento o l’abbassamento dellintonazione. La nota rappresenta invece un’altezza assoluta, quindi un tono. Il neuma poteva indicare anche la qualità del suono: la nota è un approfondimento segnico di solo alcuni parametri del neuma (altezza e durata), perciò il neuma contiene già le informazioni della futura nota (anche se a livello relativo invece che assoluto).

      In questo modo il neuma, creatosi verso la metà del IX secolo. Ha rappresentato il diretto precedente della notazione moderna e la prima forma di notazione musicale di assoluta rilievanza che non usa caratteri alfabetici, anche se la notazione neumatica era sempre legata al testo latino da cantare. L’andamento melodico era segnato, ma mancava l’assolutezza dell’indicazione diastematica. Da qui la denominazione di notazione neumatica adiastematica, o in campo aperto, in cui i neumi si facevano spazio, un po’ disordinatamente, al di sopra del testo latino.

     

    Notazione dasiana

     

      Nel IX secolo, duecento anni prima di Guido, mentre fioriva la notazione neumatica volta ad aiutare il cantore nell’esecuzione, in ambito carolingio veniva scritto trattato Musica Enchiriadis, un manuale passato alla storia per la presenza delle prime tracce di polifonia. Esso è il primo tentativo noto di stabilire una serie di regole per la composizione polifonica. La notazione ideata in questo trattato è la cosiddetta dasiana. Senza entrare nei dettagli ricordiamo che essa prevede dei righi ed il posizionamento dei testi su di essi, in modo che l’intervallo da intonare sia evidente.

     

                                                       Frammento del trattato Musica Enchiriadis

     

     

    Notazione neumatica diastematica e notazione quadrata

     

      Nel X secolo presso l’abbazia di San Gallo i monaci sviluppano una forma di notazione neumatica dove era fondamentale dimostrare la qualità del suono confronto alla sua altezza. Furono invece i monaci dell’Aquitania ad iniziare un’altra forma di notazione neumatica in cui l’altezza cominciava a liberarsi. Il trasferimento dall’adiastemazia alla diastemazia segnò un punto di svolta per la tradizione dell’apprendimento della musica orale.

    Questa strada fu tracciata dal monaco benedettino Guido d’Arezzo, che intorno all’XI secolo iniziò ad utilizzare come linee musicali le linee a secco che i copisti disegnavano nei manoscritti. Guido d’Arezzo ottenne così un metodo per apprendere nuovi canti senza dover ricorrere all’orale: la solmisazione, una tecnica pratica basata su esacordi articolati. In questo modo il rigo musicale, composto da più linee distanziate da piccoli intervalli, consente di identificare laltezza di un neuma tramite la sua posizione. L’altezza segnata dalle linee era affermata dalle lettere a sinistra o dal colore delle linee stesse. Si poteva incontrare, all’inizio di una riga, una ‘G’, una ‘C’ o una ‘F’, che avrebbero indicato relativamente— precorrendo la funzione delle moderne chiavi — il sol, il do o il fa. Ovvero la linea poteva essere di color giallo  per indicare il do, rosso per il fa. Il sistema di righi più usato allora fu il tetragramma. Le linee erano quattro e gli spazi tre, per la prima volta furono dati i nomi alle note: Ut (in seguito Do), Re, Mi, Fa, Sol, La.

     

    Tetragramma

     

     

    Per aiutare i cantori, Guido usò le sillabe iniziali di ciascun emistichio della prima strofa saffica dell’inno Ut queant laxis composto dal monaco storico e poeta Paolo Diacono per segnare gli intervalli dell’esacordo musicale:

    (LA)

    «Ut queant laxis ‖

    Resonare fibris
    Mira gestorum ‖

    Famuli tuorum,
    Solve polluti ‖

    Labii reatum,
    Sancte Iohannes.»

    (IT)

    «Affinché possano cantare
    con voci libere
    le meraviglie delle tue gesta
    i servi Tuoi,
    cancella il peccato
    dal loro labbro impuro,
    o San Giovanni»

     

    Da esso derivarono i nomi delle note UtReMiFaSolLa

    Nel XVI secolo la settima nota riceve il suo nome definitivo (Si, dalle iniziali di Sancte Iohannes) e nel XVII secolo in Italia la nota Ut  diviene Do, per opera di Giovanni Doni (Do = prima sillaba di Doni) 

      Fu necessario aspettare il XV secolo affinché si imponesse il moderno pentagramma insieme con la notazione quadrata. Stavolta il progresso da notazione neumatica diastematica a notazione quadrata è più veloce che del passaggio da quella alfabetica a quella neumatica in campo aperto. I neumi si spostarono dalla loro naturale posizione sopra il testo, quasi come la punteggiatura, per collocarsi nel nuovo rigo musicale. Ciò significava che, i neumi venivano inseriti sulle righe o negli spazi del tetragramma, mostrando i problemi grafici di segnare delle piccole linee ondulate in una griglia distintamente evidenziata come il tetragramma. Le prime stesure pervenute del patrimonio musicale ripercorrono al XIII secolo. In questo contesto, in assenza della necessità di fornire una versione originale del testo musicale, la notazione scritta acquistò un valore di prestigio sociale, non strettamente musicale, perché le pergamene decorate erano create non ad utilizzo degli cantori esecutori, ma per le biblioteche aristocratiche, come simbolo della posizione sociale.

     

    Esempi di notazione quadrata

     

                        L’introito Gaudeamus omnes, scritto in notazione quadrata nel XIV-XV secolo

                                   Esempio di notazione in una miniatura del XV secolo

                  Sumer is icumen in’, canone medievale inglese di fine del XIII secolo, British Library.

    Codice Squarcialupi, codice musicale manoscritto realizzato a Firenze agli inizi del XV secolo, Biblioteca Medicea Laurenziana (Firenze).

     

    La nascita delle figure musicali (Dal Basso Medioevo all’Età moderna)

     

      Al volgere tra l’XI e il XII secolo, con l’avvento della polifonia, iniziarono ad essere intonate diverse e simultanee linee melodiche, e quindi il ritmo, la durata e l’altezza dei suoni non potevano più restare nascosti. Si sentì l’esigenza di creare un sistema di semiografia musicale capace di esprimere chiaramente l’altezza e i valori di durata. Per quanto riguarda l’altezza dei suoni il neuma da indicarne un gruppetto era passato nel tempo a indicarne uno solo. Nel con tempo era nato il tetragramma. Erano comparsi codici dove i neumi invece di presentarsi in gambi e tratti avevano preso forma quadrata o romboidale.

      La questione fondamentale era come indicare il ritmo di ogni voce che fa da contrappunto alle altre, cioè di ogni voce che dialoga con altre contemporaneamente, cosa che il discorso verbale non può implicare. Così, la necessità di segnare la sovrapposizione polifonica ha portato all’esigenza di trovare un dispositivo grafico che potesse rappresentarla. Ancora una volta, mentre nella notazione moderna la durata è indicata in modo assoluto tramite figure, cioè valori di durata, nella notazione modale è indicata in modo relativo, perché una nota è più o meno lunga a seconda della sua posizione tra le altre note

     

    Notazione modale

     

      All’inizio del XIII secolo la Scuola di Nôtre-Dame  aveva generato ex novo un modo di indicare le durate: la notazione modale. Il segno elementare di questa notazione non era più il singolo neuma, ma un raggruppamento di neumi, detto ligatura, che, oltre all’informazione diastematica dei singoli neumi componenti, doveva comprendere l’informazione sul ritmo dell’intera ligatura, cioè le durate dei singoli neumi. Questa notazione era basata sui modi ritmici, creati da accenti lunghi e brevi e adottato dai piedi della metrica classica

      Per quanto riguarda il ritmo e la durata dalla teorizzazione medioevale dei modi ritmici ( fine secolo XII) basati sull’equivalenza di date durate musicali e date durate della metrica classica e quindi basati sull’assunzione di determinate unità derivanti da quest’ultima, la (sillaba) Breve e la (sillaba) Lunga, si ebbero le unità di misura della ritmica e quindi l’individuazione, attraverso le loro combinazioni, di 6 diverse cellule, i modi ritmici  per l’appunto, e dei relativi sequenze di due o più modi. Valutando le combinazioni di ligature e valutando le note isolate all’inizio delle diverse sezioni del brano si individuava il modo ritmico di appartenenza.

       Dal secolo XII in avanti le importanti innovazioni nel campo della melodia, dell’armonia, e della ritmica indussero alcuni ingegni, musicisti e teorici insieme ( fra cui Philippe de Vitry, uno dei molti padri della notazione musicale) ad ampliare il campo della teoria musicale. Il trattato di Vitry “Ars nova” spiega i principi della nuova arte nella loro opposizione alla vecchia (Ars antiqua). Il sistema di notazione che esso stabilì è sotto molti aspetti simile al nostro attuale. Ad ogni modo, sebbene il nostro attuale rigo a cinque linee appaia per le prime volte già nel secolo XI fino al secolo XVII non vi fu un accordo generale sul suo impiego. 

     

    Notazione mensurale

     

       Ma intorno alla metà del XIII secolo si venne a fissare una notazione che prese il nome di mensurale. L’esposizione sistematica della notazione mensurale compare nel trattato Ars Cantus Mensurabilis di Francone da Colonia ( 1260 ca). Francone crea un sistema chiaro partendo dagli ambigui simboli delle epoche precedenti. Egli fissa rapporti inequivocabili tra i grandi valori della Longa e della Brevis ed introduce come valori nuovi la Duplex Longa ( o Maxima) e la Semibrevis, quast’ultima però ammattendola solo in gruppi di due o tre note al posto della Brevis. Saranno i francesi del XIV secolo, aggiugendo un gambo, quindi chiamandola Semibrevis Minima, a renderla nuova figura parte integrante ed essenziale del ritmo, figura indipendente che può anche comparire da sola.

       Nel XIV secolo con la notazione mensurale derivarono le figure e i segni di mensura (equivalenti alle moderne indicazioni metriche). Distinguendo, per note della stessa altezza, una forma diversa che ne indichi la durata, ogni segno grafico si faceva più univoco, in quanto poteva indicare un’idea solamente, cioè una sola altezza, e una sola durata, Questo passaggio fu determinante affinché la notazione musicale fosse in grado di farsi capire senza dover ricorrere alla parola o al testo musicato. La notazione mensurale  poi aggiunto le figure per presentare note più brevi per indicare gli stessi valori delle epoche anteriori.

    Notazione mensurale bianca

      L’ultimo grado di questa evoluzione fu la notazione mensurale bianca, così chiamata perché verso la metà del XV secolo le note non erano più create nere, ma bianche, rimanendo tracciato solo il contorno. Questa modifica grafica portò con sé la manifestazione di nuove sfumature di significati, che in seguito si sarebbero perse: disponendo di note nere e note bianche,

    Ciascuna delle prime tre figure Maxima, Longa e Brevis può valere il doppio o il triplo rispetto alla figura immediatamente più breve a seconda del contesto e nell’intento di formare apparati ritmici ternari.

    quadrata 3

     

    Notazione moderna

     

       La scrittura moderna della musica raggiunge all’inizio del XVII secolo. Con l’arrivo delle edizioni stampate la forma delle note si semplificò, diventando rotonda. In più si sviluppavano varie informazioni aggiuntive che hanno reso più dettagliata la scrittura di una composizione, come le indicazioni agogiche, dinamiche e di interpretazione. La tradizione scritta ha sostituito la tradizione orale proprio raggiungendo un grado di precisione più alto, tanto che la scrittura musicale è diventata il momento della composizione, quando fino al Medioevo la notazione appariva per fissare per iscritto ciò che prima era già stato generato e trasmesso oralmente. Quindi la notazione della musica è diventata strumento insostituibile per la composizione, l’esecuzione e la conservazione.

      L’invenzione del pentagramma è attribuita al teorico musicale Ugolino da Forlì ( o Ugolino da Orvieto) (1380–1457).Nel secolo XVII si stabilizzo l’uso del pentagramma, costituito da cinque righe parallele. L’indicazione dell’altezza delle note, o più esattamente dell’altezzarelativa fra due note era stata risolta visivamente:un suono acuto, che dal punto di vista fisico ha un numero più elevato di vibrazioni. veniva posto più in alto di un suono grave, che ha un numero inferiore di vibrazioni. In quel momento fu certamente  un evento rivoluzionario.

    Intavolatura

    In seguito si diffuse l’uso dell’intavolatura per gli strumenti a corda. Il sistema però, oggi comunemente utilizzato nella musica leggera per chitarra e basso, indica solo l’ordine in cui vengono premute le corde, senza precisare la durata delle note e differenziandosi nella struttura a seconda dello strumento di riferimento. Il più popolare all’epoca era quella per liuto. L’intavolatura era un sistema per scrivere la musica molto usato per gli strumenti polifonici a pizzico e a tastiera dei secoli XVI e XVII; questo sistema, anziché indicare l’altezza del suono, illustrava la posizione delle dita del suonatore sulla tastiera.

     

    Intavolatura per liuto del XVII secolo              Intavolatura per organo tedesca (1525) e sua trascrizione

                                                                            in notazione moderna

      Con la diffusione della stampa si può  alla fine arrivare alla notazione moderna con l’aggiunta graduale di tutti gli elementi musicali a noi oggi conosciuti e inoltre la conferma di un sistema di scrittura e di lettura il più accurato possibile. E soprattutto, abbiamo una transizione dall’iscrizione della tradizione orale all’iscrizione della musica propria del compositore. Infine, il XX secolo sarà un periodo di nuove sperimentazioni.

    Dai neumi in campo aperto alle grafie iperdeterminate, la semiografia della musica è diventata sempre più prescrittiva e specificata, perché spesso la scrittura della musica nasce dalla paura di dimenticare, restando sostanzialmente un sviluppato segno di memoria.

     

     

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